liberi di giocare

sportcontroilrazzismo.it - Associazione Sportiva Salah Onlus

Carovana in Palestina - 8 aprile

Inviato da a.s.salah il 18 aprile 2009

il gruppo del nord
In mattinata abbiamo lasciato Al Farah per dirigerci verso il campo profughi di Balata. Qui siamo stati accolti dai volontari dell’Happy Childhood Center, un centro che organizza vari tipi di attivita’ sociali e culturali rivolte ai bambini e alle bambine di eta’ compresa tra i 6 e i 16 anni. Il centro esiste dal 1997, e’ il piu’ grande del campo e cerca di individuare i bisogni specifici dei bambini tenendo in considerazione i traumi dovuti all’occupazione israeliana. L’Happy Childhood Center si propone di sviluppare la creativita’ dei bambini, occupando il loro tempo libero con attivita’ artistiche, sociali, culturali e fisiche allo scopo di rafforzare le loro capacita’ e incidere sulle relazioni interpersonali. Il centro dispone di diversi locali per le attivita’ dei bambini, di una palestra e di una sala computer.
Dopo averci presentato le attivita’, i volontari del centro ci hanno accompagnato per una passeggiata in questo campo, sorto dopo il 1948 e che, attualmente, conta circa 23.000 abitanti. Alla fine della visita e dopo un ottimo pranzo a base di riso e pollo (tanto per cambiare!), partecipiamo allo spettacolo di benvenuto, durante il quale i bambini e le bambine si esibiscono nella tradizionale danza palestinese, la dabka, nonche’ in una sfrenata esibizione di breakdance.
Il pomeriggio prosegue con i workshop che avevamo preparato per i bambini, nello specifico quello di fotografia, del living theatre e di animazione. Nel frattempo alcune di noi si sono ritagliate uno spazio per un te’ e quattro chiacchiere con le intraprendenti donne che lavorano nel centro come volontarie. La direttrice del centro e’ una donna forte ed orgogliosa, racconta del suo divorzio, delle difficolta’ e del suo percorso di ‘empowerment’ – come viene chiamato da lei stessa. Veniamo cosi’ a sapere che quest’associazione coinvolge circa 600 donne, alcune delle quali lavorano attivamente portando avanti progetti e corsi all’interno del centro. In particolare forniscono sostegno medico e psicologico gratuito alle donne che si trovano in difficolta’, oltre a creare uno spazio che possa essere luogo di discussione e di espressione per ogni donna del campo. Per fare cio’ che abbiamo appena descritto, monitorare e costruire relazioni, le donne si recano anche casa per casa. Il gruppo e’ in contatto con altre associazioni di donne presenti in alcune citta’ e campi della Palestina, riuscendo a portare avanti progetti comuni. Nasce un interessante confronto su quella che e’ la realta’ quotidiana delle donne di Balata.
Di fronte a questo centro c’ e’ la chiesa ortodossa… all’interno della quale si trova il pozzo di Giacobbe, luogo sacro alle tre religioni monoteiste. Per questo motivo ogni sabato gli ebrei vi si recano a pregare, imponendo alla popolazione di Balata il coprifuoco. Nel descriverci questa situazione il responsabile del centro ci ha indicato le montagne circostanti sulle quali si trovano le postazioni militari israeliane che controllano l’intero campo. Dal governo israeliano Balata e’ considerato una delle roccaforti della resistenza palestinese, in quanto molti combattenti provengono da qui.
Gruppo Nablus lenti e macchinosi

il gruppo del sud
Per oggi il programma prevedeva il trasferimento al valico di Eretz per tentare l’ingresso a Gaza, ma visto il diniego dell’autorità israeliana abbiamo deciso di attraversare una delle città in cui il conflitto arabo-israeliano si manifesta in tutta la sua criticità: Hebron, città a sud di Betlemme. Arriviamo alle 10 e ad aspettarci c’è un comitato che lavora nella città ed è partner del centro culturale Ibdaa. Tentiamo di ripercorrere la strada che collega la parte est della città a quella occidentale definita “strada dei martiri” chiusa nel 2000 ai palestinesi e riaperta solo dopo sei anni conseguentemente ad una sentenza della Corte suprema che dichiarò la chiusura come “un errore”. Questa strada divide due insediamenti israeliani di cui uno di maggiore densità abitativa e di più antica costruzione.
Il più recente dei due, invece, nasce come una stazione di Polizia israeliana nella quale vennero poco dopo costruite delle abitazioni che dovevano ospitare i militari di stanza lì. Ma ben presto si rivelò ai cittadini di Hebron il vero intento di quella costruzione: unificare l’insediamento della parte occidentale della “strada dei martiri”, più grande e popoloso, con quello orientale.
Dopo qualche centinaio di metri la carovana si è vista bloccata inizialmente dalla Polizia israeliana che dopo un primo contatto le aveva concesso il passaggio. Passato qualche minuto l’arrivo di due coloni ha dimostrato la vera gerarchia che garantisce l’ “ordine e la sicurezza” delle colonie nei territori palestinesi. Il loro sollecito all’esercito israeliano ci ha fatto vivere momenti di forte tensione. Due tank sono immediatamente sopraggiunti sul posto e con atteggiamento intimidatorio, scarellando i mitra ci hanno intimato di allontanarci. La trattativa è durata circa 40 minuti e ci ha dimostrato che ad Hebron tutto il potere decisionale è in mano ai coloni. Questo infamante intervento ci ha costretto ad abbandonare la strada dei martiri ed a raggiungere la parte vecchia della città attraverso una strada di proprietà di un palestinese che si trava proprio a cavallo dell’insediamento orientale. Questa deviazione ci ha però consentito di conoscere una storia di ordianaria e quotidiana follia che i palestinesi sono costretti a vivere. Il contandino, che dal 1987 vive lì, si è visto infatti privato della possibilità non solo di lavorare la terra che si estende davanti alla sua abitazione, ma è stato addirittura costretto, per sopravvivere alla furia israeliana, a trasformare la propria casa in una prigione. Filo spinato ed un muro di almeno 2 metri circondano la sua casa per difendersi dalle sassaiole giornaliere dei coloni e dalle incursioni militari. Ci racconta dei continui tentativi di denuncia da parte dei palestinesi contro la violenza dei coloni, denunce non solo inascoltate ma che producevano l’effetto opposto: chi denunciava veniva arrestato per mancanza di prove. Dal 2003, l’associazione israeliana Bet Salem, ha inaugurato il progetto “shooting back”: ad ogni famiglia palestinese che vive in punti particolarme delicati è stata distribuita una telecamera che funga da supporto per le denunce. L’idea del progetto nasce dopo che un attacco di coloni venne filmato ed ebbe grande risalto. Dopo questo incontro ci dirigiamo verso la città vecchia divisa in 2 zone : 400 coloni ( paramilitari) protetti da 3000 militari su 1500 abitanti ne occupano una parte. Di nuovo emerge la volontà israeliana di rendere ai limiti del sopportabile la mobilità dei palestinesi: per passare da una zona all’altra un palestinese è costretto a fare l’intero giro della città quando basterebbero pochi minuti a piedi.
L’occupazione israeliana è stata strumentalmente leggittimata dalla presenza della tomba di Abramo che gli ebrei riconoscono teologicamente come proprio protettore. Durante il Ramadam del 1994 la moschea fu teatro di un vero e proprio massacro che causò la morte di 29 persone. Secondo le fonti ufficiali l’attentato venne condotto da un solo colono, ma le testimonianze dirette dei sopravvissuti hanno invece reso nota la verità. Fu un commando ad irrompere nella moschea sparando raffiche di colpi che da diverse direzion colpirono i mussulmani raccolti in preghiera. Dopo l’attentato venne istituito un coprifuoco. Tutti i palestinesi vennero chiusi nelle loro case “per motivi di sicurezza” per 6 mesi, durante i quali la città venne totalmente trasformata: vennero chiuse 900 attività commerciali, abbandonate 1500 case per l’impossibilità di accedervi tramite le strade occupate dagli israeliani e costruiti 29 check-points. Quell’ unico colono che ufficialmente venne identificato come l’esecutore dell’estrema punizione divenne simbolo di un movimento politico radicale divenuto in breve punto di riferimento per la gran parte dei coloni che vivono nei territori occupati ed oggi rappresentato in Parlamento e alleato della maggior parte dei governi di unità nazionale. La tomba del “martire” si trova oggi all’interno della colonia. Il movimento è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale, che però poneva l’accento nella sentenza solo sul nome dello stesso. Venne quindi riformato cambiandolo ma mantenendo la struttura politico-ideologica.
Attraversando i vicoli della città vecchia abbiamo subito per pochi minuti quello che i palestinesi a stento, quotidianamente sopportano: oggetti, pietre e spazzatura sono piovuti dai piani alti dei palazzi che si affacciano sul Suk.
Abbiamo visto una presenza militare inaccettabile, una violenza diffusa e indiscriminata e un’estrema dignità umana di un popolo quotidianamente costretto ad una vita di segregazione.
Free Palestine, Stop Occupation!!!
Antonella, Valeria e Sara da Dehishe

il gruppo del nord
La giornata di oggi è cominciata con una piacevole sorpresa.
Mentre i bambini della pre scuola del charity center facevano il saluto al sole prima di entrare in classe guidati dai ‘maestri’ della Murga, il nostro amico Noor ci svegliava mandando dal suo telefonino un pezzo di Dj Gruff che avevamo scaricato ieri all’internet point dove lavora. Noor è un volontario del Charity, che ci accompagna nelle attività di questi giorni. Oltre alla sua militanza come volontariato, Noor che ha 20 anni, studia all’università di Qalqilya e con suo padre lavora i campi al di là del muro. Stamattina abbiamo scoperto che oltre ad avere tutte queste qualità ama il rap ed ha un ottimo orecchio musicale avendo scelto tra le tante tracce scaricatie prorpio un pezzo della storia dell’hip hop!
Dopo la colazione, per la prima volta in due anni non a base di falafel e patatine fritte, siamo scesi a giocare con i bambini per la ricreazione. Nel Charity center ci sono 5 classi di bambini dai 4 ai 6 anni che prima di accedere alla scuola elementari (a 7 anni) studiano niente meno che arabo matematica e inglese, meglio delle tre « i » (informatica, inglese e impresa) di Berlusconi!
Mentre il Duka inaspettatamente già da ieri, al parco giochi, si è rivelato un catalizzatore dei giochi più stupidi da fare con i bambini (tipo il battimano, i compagni del forte hanno le prove video) oggi si é cimentato nel dipingere le facce dei bambini aprendo una disputa con la Murga sullo stile del body painting: guerrieri della notte (gang dei baseball furious) versus cuoricini, black flag versus flower power.
Oggi girando per il paese, la gente cheabbiamo incontrato per strada e nei negozi, ci ha espresso la propria solidarieta’ per la tragedia del terremoto in Abruzzo e la loro profonda graditudine per la nostra attiva presenza a Jayyuss nonostante la situazione difficile in Italia.
Tra le storie di ordinaria violenza quotidiana a jayyus, mentre ci trovavamo nel campo di pallavolo ci é stato chiesto di rientrare al Charity center perche’ i soldati israeliani, di turno al gate sud, stavano entrando nel paese. Dopo l’allarme iniziale, per paura di possibili rastrellamenti della popolazione civile, ci e’ stato spiegato che i soldati israeliani al gate sud in seguito al lancio di qualche sasso da parte dei bambini avevano subito sparato proiettili di gomma ferendo, per fortuna lievemente, un ragazzino.
Per il gruppo di jayyus oggi é stata una giornata ricca di incontri con l’associazione sportiva, con le donne e con il gruppo di internazionali EAPPI.

SPORT
I rappresentanti dell’associazione sportiva hanno per prima cosa sottolineato che il problema principale per praticare e sviluppare lo sport in Palestina è l’occupazione.
Questa affermazione che a prima vista puo’ sembrare retorica è dimostrata dall’impossibilità di muoversi per disputare partite, in particolare con le squadre della striscia di Gaza, costrette a incontrare gli altri team solo in campionati o tornei in Siria e libano. Il complesso di giocare sempre un derby continuo con la stessa squadra.
La seconda motivazione è ancora più pesante, riguarda proprio le « risorse umane » a disposizione dell’allenatore. Per fare solo un esempio, la squadra di pallavvolo maschile di jayyus campione nazionale, da un mese ha un giocatore in meno e non a causa di un infortunio. Un mese fa durante una retata dell’esercito israelino, come rappresaglia alla manifestazione che tutti i venrdi’ la popolazione organizza contro il muro, un centinaio di ragazzi del paese sono stati rastrellati a caso ammanettati, bendati e chiusi per oltre 50 ore nella scuola del paese insieme ai militari. A causa di questo episodio molti bambini, con cui abbiamo parlato, ancora oggi hanno gli incubi. Il risultato dell’operazione è stato 15 feriti e 13 arrestati tra i cui un membro della squadra di pallavolo, di cui attualmente non si hanno notizie. Altro tragico esempio riguarda la nazionale di calcio palestinese: due membri fondamantali della squadra sono morti durante l’operazione piombo fuso, a Gaza, sotto le bombe.
Da parte di sport sotto l’assedio c’é stata la proposta di inviare aiuti per le strutture sportive della città e fare in modo che la squadra di jayyus venga in italia per perfezionarsi e giocare con altre squadre italiane e informare su quanto succede in Palestina.

DONNE
L’incontro con le donne é stato molto partecipato. Un gruppo di ragazzi e ragazze della carovana ha acsoltato le testimonianze di nove donne di jayyus che fanno parte di un’associazione che raccoglie tutte le donne del paese. Al pari degli uomini tutte le donne condividono in primis la lotta contro l’occupazione israeliana e allo stesso tempo lo sforzo per il miglioramento della qualità della vita delle donne che passa attraverso l’accesso all’istruzione universitaria. Come ci hanno raccontato l’ottanta per cento delle ragazze del villaggio frequenta l’università.
Anche in questo caso l’occupazione ha peggiorato la situazione femminile. Prima dell’occupazione le donne non avevano problemi specifici ma lavoravano e studiavano come gli uomini. In seguito all’occupazione l’effetto più immediato é stato l’innalzamento della paura soprattutto per le violenze dei soldati israeliani, non solo come violenza fisica, ma anche psicologica legata all’umiliazione.
Come ci raccontavano ieri, davanti al gate, molte donne non accompagnano più gli uomini nel lavoro dei campi per non subire l’umiliazione della perquisizione fisica (nella cultura musulmana il contatto fisico con un uomo non della famiglia è considerato una umiliazione e una violenza) da parte di soldati mancando spesso le soldatesse ai check point.
Le donne sono protagoniste anche della lotta palestinese. Nella maggior parte dei casi sono prorpio loro ad aprire le manifestazioni del venerdi’ per proteggere con i loro corpi i prorpi uomini e i propri figli, curano i feriti e durante il coprifuoco e i rastrellamenti sono le uniche che circolano per la città; sono loro quindi che garantiscono l’approvvigionamento e le comunicazioni. In caso di innalzamento del livello di scontro rivestono il ruolo di staffette.
Inoltre sempre più spesso le donne si trovano a svolgere le funzioni di padre/ madre quando gli uomini muoino o scompaiono durante il conflitto o quando sono detenuti nelle prigioni israeliane.
Nella sola città di jayyus (4200 abitanti) ci sono 6 martiri e 25 prigionieri.
A conclusione dell’incontro le donne ci hanno tenuto a sottolineare che se noi occidentali abbiamo una visione delle donne come vittime degli uomini della propria famiglia questo non è vero
Le donne rivestono ruoli importanti nelle municipalità e partecipano alla vita pubblica a livello macro. Come obiettivo prioritario le donne hanno l’autodeterminazione del popolo palestinese. Sono alla ricerca non solo dei diritti delle donne ma principalmente dei diritti umani estesi a tutta la popolazione sia maschile e femminile.
Alla fine dell’incontro ci hanno mostrato le manifatture artigianali che producono per finanziare l’associazione e gli studi delle ragazze di jayyus.

INTERNAZIONALI
nella tarda mattinata abbiamo incontrato un gruppo di internazionali della Eappi. È un’associazione nata come programma ecumenico israelo palestinese fatto dal consiglio mondiale delle chiese su richiesta del capo delle diocesi di gerusalemme, ma aperta ad altre confessioni e a atei. Al momento i volontari presenti a jayyus sono 4 dalla Norvegia, Svizzera, Germania e Scozia. I gruppi sono organizzati in modo da alternarsi di tre mesi in tre mesi e non lasciare mai il paese scoperto.
Lo scopo della loro presenza è quello di soddisfare cio’ che la popolazione palestinese richiede, mettendosi totalmente a disposizione senza la presunzione, tipicamente eurocentrica, di voler « calare dall’alto pratiche e soluzioni ». Sono presenti in 14 paesi differenti e qui in palestina in 6 luoghi differenti della west bank. Nello specifico i loro obiettivi sono:
cercare di proteggere la popolazione durante la manifestazioni di protesta, sperando che con la loro presenza i militari siani meno aggressivi. Tutti giorni si recano alle porte di accesso ai campi coltivati durante l’orario di apertura, per verificare il rispetto delle già assurde procedure di accesso e inoltre dispongono di una linea diretta telefonica per lamentare eventuali ritardi negli orari di apertura e chiusura nella prassi di accesso e eventuali soprusi da parte dei militari.
Il secondo obiettivo è il lavoro di controinformazione, per dare voce attraverso ,foto e report ,a cio’ che non passa sui media main stream. Scrivono report settimanali alle nazioni unite sulle violazioni dei diritti umani, in particolare sulla condotta dei soldati israeliani.
Infine portano solidarietà alle comunità locali dove sono presenti soprattutto con corsi di perfezionamento della lingua inglese per studenti universitari.
L’importanza della loro presenza sul campo è testimoniata da un sondaggio che hanno fatto tra la popolazione palestinese da cui risulta che l’89 per cento trova indispensabile la presenza degli internazinali in genere.

Incontri sportivi della giornata
oggi era il turno del ping pong. I nostri ragazzi migliori in questo sport, figli di sessantottini che avevano militato in scrausissimi gruppi maoisti (tipo Stella Rossa, Servire il Popolo e Viva il Comunismo) Silvio e il Sogliola hanno vinto il grosso delle sfide a cui hanno partecipato. Finalmente sport sotto l’assedio ha trovato la disciplina per l’avvenire. Abbiamo anche vinto meritatamente una coppa per la sfida di pallavolo. Migliori in campo Marco Anna e Alessandro.
Passando alla pagina calcistica oggi giorno di riposo e di festa. Dopo la prestazione di ieri si sono prepotentemente rialzate le quotazioni del nostro allenatore Davide. Notizia dell’ultima ora di Al Jazeera è stato contattato da una squadra degli emirati arabi che vuole affidargli il settore giovanile.
La trattativa è per ora bloccata data l’alto ingaggio del nostro allenatore.
I vostri corrispondenti duka e tanka

La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
Altri contributi su: globalproject.info.

Tags:
Pubblicato in Palestina | Nessun Commento »

Carovana in Palestina - 7 aprile

Inviato da a.s.salah il 10 aprile 2009

Il gruppo del centro
Oggi era il giorno in cui il gruppo del centro avrebbe dovuto tentare l’ingresso a Gaza, ma visto il diniego delle autorità israeliane la delegazione oggi è rimasta a Jayyus a vedere con i prorpi occhi le difficoltà che i contadini palestinesi hanno nel raggiungere le proprie terre al di là del muro di recinzione. Il muro Costruito nel 2002 per motivi di sicurezza in realtà ha rubato terre coltivate palestinesi non rispettando i confini del 67, che prevedevano la sua costruzione sulla green line situata 10 chilometri più indietro.
Sotto un sole a picco sulle nostre teste abbiamo percorso la strada che i contadini fanno tutti i giorni per arrivare alla porta sud, aperta per un’ora tre volte al giorno. Abbimo potuto costatare come ci avevano spiegato ieri i ragazzi del Charity center, che il pass per coltivare le terre al di la’ del muro viene concesso quasi esclusivamente a persone molto anziane. Durante la nostra sosta davanti alla porta sud, gli unici agricoltori che passavano erano vecchi su carretti trainati da muli.
Ottenere il pass dal governo israeliano non é semplice, innanzitutto non bisogna avere in famiglia persone che sono state arrestate per attivita’ politica, martiri o semplici attivisti. Inoltre gli ettari di terra posseduti dal capo famiglia vanno suddivisi per ciascun membro della famiglia, e se dalla divisione per ogni figlio risulta meno di un ettaro di terra per componente tutto il nucleo familiare non ottiene il pass. Inoltre la durata della concesione per coltivare la terra dura da tre a sei mesi, scaduti i quali, va rinnovata con un’attesa media di un mese e mezzo durante il quale non è possibile andare a lavorare.
Questi sono solo alcuni dei modi che il governo israeliano usa per umiliare e impoverire la popolazione, impossibilitata a lavorare la terra e raccoglierne i frutti e a percepire un reddito per sopravivvere. Per molti giovani, come ci ha spiegato « dall’alto del suo trattore » un rappresentante del comitato per la liberazione delle terre di jayyus, l’unica possibilita’ per costruirsi un futuro è lasciare la palestina per recarsi in europa a finire gli studi e cercare lavoro. Purtroppo solo i più fortunati riecono pero’ ad uscire dal paese, perché qualunque peoblema con la giustizia israeliana comporta il diniego di emigrare. L’ennesima riprova che la palestina è davvero una prigione a cielo aperto.
Mentre scriviamo nel giardino del charity center siamo « circondati » da decine di bambini che partecipano al laboratori di fotografia e sulle energie rinnovabili, mentre il resto del gruppo è in giro per il paese accompagnato dai tamburi della murga e dai graffitari che termineranno i graffiti iniziati ieri.
Dopo pranzo siamo andati a prendere un gelato e della frutta e il negoziante nel vederci ci ha ricordato la pesante sconfitta della partita di ieri finita 13 a 3. A quel punto è scattata la proposta per una rivincita fuori programma. I ragazzi sono scesi in campo finalmente motivati convinti delle proprie possibilità fino ad oggi inespresse. La nostra squadra ci ha fatto rivivere i fasti del calcio totale dell’olanda di Cruyff. Risultato finale a nostro favore 3 a 2, marcatori della giornata Sogliola, e doppietta di Rui « nano » Barros. Da notare la prestazione sopra le righe di Yuri che si è dimostrato un grande portatore di palla e un vero leader in campo, capace di tenere corta la squadra e dettare i tempi di gioco. I nostri sono stati semplicemente fantastici.
I vostri corrispondenti duka e tanka

Il gruppo del nord
In mattinata abbiamo attraversato la Valle del Giordano scoprendo che una vasta parte di questa area è di proprietà del Vaticano, sulla quale ci sono vari campi di addestramento dei militari israeliani.
Dalle montagne la vallata si estende a perdita d’occhio, è la terra di Palestina, ora diventata Siria, Israele, Giordania fino ad arrivare a distinguere i campi profughi del sud del Libano. Se la terra è un’unica distesa e i confini tra nazioni linee tracciate su una cartina geografica, i muri costruiti che separano una città da un’altra e una popolazione dalle sue terre risulta sempre più inconcepibile e inaccettabile!
Dopo un piacevole incontro con gli abitanti di Tubas, ritorniamo ad Al Fara per il pranzo e la squadra maschile si prepara alla partita di calcio contro una squadra locale. Dopo un primo tempo ’sotto tono’, i nostri riescono a recuperare energie e perdono soltanto 7 a 4, per ora miglior risultato della carovana. La squadra mostra bel gioco ma la scarsa preparazione atletica e il pranzo sullo stomaco impedisce la piena espressione delle potenzialità dei nostri giocatori. Emerge comunque il grande talento dei Gemelli gol-li e le discrete capacità di mister Breddy, il Mourinho de noantri! Nel frattempo sugli spalti il tifo sfrenato si divide tra cori e palloncini colorati circondato da bambini irrefrenabili, da segnalare l’improbabile gemellaggio sancito tra Roma e Milano, grazie al gesto di un Enzino che dopo qualche reticenza cede e appende con orgoglio la bandiera giallorossa. Dopo le innumerevoli foto di rito e lo scambio di medaglie e magliette, abbiamo fatto un giro per il campo profughi visitando anche un giardino pubblico, luogo di ritrovo e socialità per gli abitanti di Al Fara.
Terminiamo questo giro accolti a casa di un ex prigioniero politico, rilasciato soltanto sei giorni fa dopo cinque anni di detenzione. Ci descrive la prigione come un accampamento di tende nel deserto del Negev, ci racconta di condizioni di detenzione al limite della sopravvivenza: i prigionieri vengono contati e perquisiti quattro volte al giorno, in orari prestabiliti, sotto il sole cocente del giorno o al gelo delle prime ore dell’alba; l’acqua gli viene tolta per diverse ore nel corso della giornata; le condizioni igieniche sono drammatiche, vivono a stretto contatto con zecche e topi che causano diverse malattie facilmente trasmissibili tra loro. Ci parla di improvvisi e immotivati trasferimenti subiti dai detenuti al fine di impedire possibili legami che si potevano creare. Conquistati con le lotte ora viene negato anche il possesso di libri. Ovviamente zero avvocati, zero dottori, pochi contatti con la propria famiglia e processi già scritti. L’incontro è stato molto intenso e toccante anche per la speciale accoglienza che ci è stata riservata.
Nella serata andiamo a conoscere i membri del comitato popolare del campo profughi di Al fara. Il racconto è un fiume in piena di notizie interessanti. Nei campi profughi non esiste una minicipalità ne’ elezioni amministrative, ma solo il comitato popolare composto dai rappresentanti dei partiti politici. Il lavoro che viene fatto è esclusivamente volontario e gestisce tutto quello che rigurda la vita della comunità: dalle decisioni giuridiche alla gestione economica e sociale del campo. In questo campo di 8000 persone, sono presenti 18 villaggi cacciati dalle loro terre nel 1948 da allora nascente stato israele. Molti di questi villaggi non esistono piu’ neanche sulle mappe. E’ per questo che ogni famiglia profuga conserva e tramanda ancora la chiave della casa non piu’ propria. Lo stesso si puo’ dire per i cognomi che equivalgono al villaggio di provenienza. Uno dei grossi problemi di Al fara è il checkpoint di Nablus. Diverse volte il comitato ne ha chiesto la rimozione ma a tutt’oggi è funzionante. Recentemente diverse ragazze palestinesi sono state rinchiuse in una stanza, fatte spogliare e guardate attraverso la telecamera. Avvengono sopprusi del genere ogni giorno. La discussione è lunga anche se è tardi, si continuano a fare domande soprattutto su quello che possiamo fare noi. “Non abbiamo bisogno di soldi” - ci dicono - “ma abbiamo bisogno di gente che viene e guarda con i proprio occhi quello che succede perchè non è solo un crimine verso la popolazione palestinese ma verso tutta l’umanità”.
Team lenti e macchinosi
no border no nation stop occupation

Il gruppo del sud
Il gruppo di Deheishe si dirige nella mattinata verso i villaggi palestinesi distrutti dalla furia dell’occupazione israliana del 1948. Prima tappa Zakarria, piccolo centro abitato situato a ovest di Betlemme a circa 1 ora di distanza dal campo profughi di Deheishe. Per essere raggiunto prevede il passaggio del check-point definito “mobile” dall’autorità israeliana, ma nella realtà dei fatti ” stanziale” come ogni altro valico di guerre nella striscia medioorientale, dove siamo stati testimoni dell’ennesima sopraffazione perpetrata dalla forza militare israeliana: un anziano palestinese era stato costretto in ginocchio e circondato da 4 militari armati del solito arsenale che gli impedivano l’accesso in una terra da sempre sua.
Il villaggio di Zakarria venne attaccato da 3 gruppi paramilitari israeliani il 23 ottobre 1948 causando la morte di un abitante palestinese e più di 100 feriti. Nel giugno del 1950, a solo un anno e mezzo dall’attacco, la distruzione materiale ed immateriale della cultura locale era completata. La moschea, tutt’ora visitabile, venne mantenuta dopo l’occupazione ma trasformata in una discarica mentre l’economia fondata sulla raccolta cerealicola venne totalmente affossata. Due pozzi e 13000 ettari di territorio si aggiungono alle risorse di cui illegalmente continua ad impossessarsi attraverso la violenza di guerra lo stato d’Israele. All’oggi i profughi di questo villaggio ammontano a 1800 divisi tra i campi profughi di Deheishe e Al Arrub.
Nel pomeriggio 2 partite, una maschile contro la squadra del centro culturale Ibdaa ed una femminile con le ragazze di jerico, aspettano i carovanieri allo stadio di Al-Keder. I ragazzi hanno dato finalmente prova delle loro capacità tecnico-atletica, se bene giri voce che qualcuno durante la partita si sia infortunato inciampando in un polmone disperso sul campo. Durante il primo tempo un gol di pareggio viene annulato dall’ arbitro per fuorigioco….bah!
A metà del secondo tempo arriva il gol del pareggio, Il primo della carovana che riesce ad illudere il pubblico entusiasta per soli pochi minuti. Dopo una fase equilibrata della partita arriva il terzo gol degli avversari, piu’ che conquistato, e’ stato caratterizzato da estrema confusione in area di rigore e distrazioni arbitrali e una duplice invasione di campo. 4 a 1 e tutti a casa!
Le ragazze hanno invece stretto i denti per i primi 15 minuti tenendo una solida difesa e riuscendo a far cadere spesso le ragazze avversarie in fuori gioco. Purtroppo però anche per loro il fiato si è rivelato troppo corto ed hanno incassato 10 gol. Nemmeno la differenza di dieci anni con le avversarie ha aiutato l’esito della partita!! Ma la voglia di portare a casa per lo meno un pareggio è tanta e speriamo si realizzi nei prossimi incontri programmati per venerdi.
Stronger than a wall.
Without your freedom, we’ll never be

Workshop di musica
Si è svolta, nel campo profughi di Deishe la prima delle due giornate del workshop di musica, una delle novità di questa V edizione della Carovana incentrato sul software di produzione digitale Ableton Live. Si tratta di un programma per la creazione di musica digitale, editing, e arrangement per performance live, usato a tutti livelli, sia da principianti che in ambito professionale. Nei locali dell’Ibdaa, il Bugs Lab, il collettivo d’informatica libero del c.s.o.a. La Torre e lo Strike S.p.A, ha rimesso in piedi l‘internet point del centro culturale, ristabilendo 6 postazioni informatiche utilizzabili. 3 i laptop donati al centro per dare, nel corso dell’anno, continuità al laboratorio musicale. Al workshop, rivolto adolescenti, hanno partecipato sette ragazzi dai 16 ai 17 anni. Fra questi i Bad Luck, gruppo di giovanissimi rapper del campo di Deishe, che a loro volta curano progetti di educazione musicale interni alla struttura.Hanno supportato attivamente alla realizzazione dell’iniziativa i Ramallah Underground, formazione hip hop palestinese di fama internazionale, con cui è stato avviato un progetto di collaborazione con la Carovana da circa un anno. Tanto i Ramallah che i giovani rapper del campo sono stati invitati a partecipare sabato 12 all’evento di chiusura della Carovana, che vedrà, oltre alla loro esibizion, anche la performance del Living Theatre e della Dabka, la tradizionale danza palestinese eseguita dalla compagnia di danza del Centro.Quella del corso di musica è stata anche l’occasione ufficiale per consegnare al gruppo le copie del cd autoprodotto Ramallah Underground - Live in Roma”, concerto svoltosi nello Spazio pubblico Autogestito Strike di Roma, nell‘ambito del tour italiano del gruppo, a sostegno della campagna “Sport sotto l’assedio”.Un piccolo esperimento di autoproduzione, registrato con il marchio Creative Commons, frutto della sinergia fra il gruppo hip hop, i diversi centri sociali e realtà autogestite della città di Roma, per sostenere attivamente la scena musicale underground dei Territori Occupati. Tradotto in tre lingue il booklet del cd (italiano, inglese, arabo). 250 le copie portate in Palestina, per essere distribuite alle squadre ed alle strutture incontrate nel corso del viaggio di solidarietà.
Stay Tuned!!
Free Palestine!
!

La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
Altri contributi su: globalproject.info.

Tags:
Pubblicato in Palestina | Nessun Commento »

Sport sotto l’assedio - Comunicato: niente da vedere, nessuno da incontrare

Inviato da a.s.salah il 10 aprile 2009

Non c’è niente da vedere, nessuno da incontrare. Con queste parole, Israele ha sancito il divieto assoluto di entrare a Gaza, dal check-point di Heretz, a una carovana internazionale composta da piu di duecento persone.
Con un fax, viene confermato per l’ennesima volta l’apartheid in cui si trovano stritolati migliaia di palestinesi. Il muro che, con tanta solerzia, Israele ha costruito per isolare e rinchiudere il popolo palestinese deve essere inviolabile. Perchè nessuno deve vedere ciò che esso contiene - macerie, dolore, diritti negati -, perchè nessuno deve poter parlare con le persone che all’ombra di quel muro ogni giorno vivono. Un muro eretto appositamente, per nascondere al mondo intero i crimini commessi da una superpotenza mondiale.

Volevamo entrare a Gaza. Volevamo portare una speranza a quella terra straziata, un abbraccio di solidarietà che ricordasse agli occhi palestinesi che non sono soli.
Volevamo essere lì con loro, testimoniare nel nostro paese la barbarie occidentale in Palestina, provare a infrangere l’isolamento, la prigionia in cui sono costretti. Gaza è un enorme prigione a cielo aperto, un carcere in cui è rinchiuso un popolo colpevole solamente di esistere, ma soprattutto di non chinare la testa. Il coraggio del popolo palestinese, il desiderio di vita nella propria terra è senza paragone, e per questo Israele, con l’aiuto e la complicità di tutti i governi occidentali, mette in campo forme di controllo totalitario e di repressione violenta e generalizzata con pochi precedenti nella storia. Da questo contesto inaccettabile prende forma il Muro. Cemento che serve a imprimere nei palestinesi la solitudine e l’isolamento dal resto del mondo, imponendo la sensazione che la vita stessa finisca a quel muro, bloccando informazioni, aiuti umanitari, circolazione di corpi, solidarietà. Un altro pezzo di un massacro in atto da troppo tempo.
Con la carovana di “Sport sotto l’assedio” stiamo portando per i campi profughi palestinesi una speranza che ha la forma di un pallone. Siamo una squadra di calcio - maschile e femminile - che, attraverso lo sport, prova a portare un messaggio solidale di fratellanza. Giochiamo con squadre palestinesi, con ragazzi e ragazze, perchè il pallone parla la stessa lingua ovunque, quella antirazzista e contro ogni intolleranza, contro ogni guerra.
Oltre duecento persone dall’Italia sono arrivate con le loro esperienze e le loro abilità - portando qui laboratori di musica, di teatro, di fotografia e di informatica - condividendole con le genti di questa terra, perchè il muro dell’ apartheid si rompe quotidianamente, ovunque.
Volevamo infrangere il simbolo della cortina di silenzio e morte, e ci è stato impedito. Israele, come sempre, non vuole che i suoi progetti subiscano rallentamenti.
Denunciamo questa barbarie, denunciamo ai media internazionali, alla società civile, a chi ha nel cuore questa terra e il suo popolo, l’ennesima violazione di qualunque diritto, l’ennesimo atto di guerra di una paventata democrazia che vorrebbe nascondere il sangue, le torture e il massacro di un popolo.
Non permetteremo che questo avvenga.
Stronger than a wall.
Without your freedom, we’ll never be free.

Carovana “Sport sotto l’assedio”

Palestina, 7 aprile 2009

Tags:
Pubblicato in Palestina | Nessun Commento »

Carovana in Palestina - 6 aprile

Inviato da a.s.salah il 10 aprile 2009

Dopo il diniego della autorità israeliane delle autorizzazioni per entrare nella Striscia di Gaza la Carovana prosegue con i suoi appuntamenti e i suoi incontri.

Il gruppo del centro
La giornata è iniziata presto con una abbondante colazione e in 53 siamo partiti dopo aver salutato gli altri gruppi verso jayyus, distretto di qalqilya , nel nord della west bank.
Abbiamo attraversato Betlemme ripercorrendo la strada che ieri ci aveva portato a Ramallah fino al ceck point di Abu dis. I militari dopo aver fatto i controlli di routine dei passaporti, rivedendo le stesse facce del giorno prima hanno deciso di farci perdere quasi un’ora, trattenendo per accertamenti di procedura la guida palestinese membro dell’associazione Stop the wall, partita con noi da Dheisheh. Alla fine una delegazione è scesa per recarsi al gabbiotto del ceck point e chiedere le motivazioni del fermo. I militari israeliani, capito che non ci saremmo mossi dal ceck point senza la guida, hanno deciso di lasciarla risalire e proseguire il viaggio con noi.
Durante il viaggio, piu’ di ieri, era visibile davanti ai nostri occhi il sistema di apartheid in cui sono costretti i palestinesi. Prorpio prima di entrare a jayyus sorgono alcuni villaggi di coloni arroccati sulle colline sia per una questione strategica che di approvvigionamento idrico, cirondati dal filo spinato, eletrtrico e spesso dal muro. Una delle cose che ci ha più impressionato lungo il tragitto é stata una enorme discarica di rifiuti, tra cui quelli industriali, che gli insediamneti dei coloni riversano in territorio palestinese inquinando la poca acqua che arriva al villaggio di jayyus.
Arrivati con un’ora di ritardo sul programma a causa dei controlli, ci siamo sistemati al Charity center, un centro di sostegno alla popolazione. Dopo le presentazioni e il pranzo, siamo partiti con la banda della Murga aggregando un centinaio di bambini, muniti di fionde autocostruite, che ci hanno seguito per le vie di Jayyus.Con loro abbimo raggiunto il parco giochi della scuola dove abbiamo dipinto un murales, con la scritta in tre lingue « lo sport unisce, il muro divide ». Dalla scuola é ben visibile il tracciato del futuro muro di 5 km e mezzo, iniziato a costruire nel 2002, che circonda il paese impedendo l’accesso al 78 per cento delle terre coltivate. Per raggiungere i campi esistono solo tre varchi, controllati dai soldati israelini, che permettono l’accesso per tre volte al giorno tre volte a settimana, e solo con uno speciale pass rilasciato a discrezione del governo israeliano, al momento concesso - ci hanno raccontato i ragazzi di jayyus - solo a persone anziane. In un contesto basato sull’agricoltura tutto cio’ ha impoverito notevolmenete l’economia locale, florida fino alla costruzione del muro, portando la disoccupazione al 75 per cento.
Passiamo alla pagina sportiva del nostro report. Continua la vergognosa serie di sconfitte della squadra maschile. La partita di oggi contro la squadra locale si è conclusa con il risultato di 13 a 3 a favore dei padroni di casa. E’ evidente che la squadra ha bisogno di un cambio di gioco, giocatori e allenatore (n.d.r). Per rilanciare le sorti sportive della carovana confidiamo nella partita di pallavolo femminile di domani, augurandoci di cuore che il cambio di disciplina sportiva cambi il magro risultato.
Da Jayyus: il duka e tanka

Il gruppo del sud
Giornata di incontri e conoscenza. Insieme al gruppo che si recherà a nord prima del previsto per l’impossibilità dai raggiungere Gaza, il gruppo con base a Deheishe inizia la sua serie di incontri.
Incontro con il centro anti-violenza di Beit Sour
Donne sotto l’assedio: potrebbe essere ribattezzata così questa seconda giornata della Carovana, caratterizzata dall’incontro con associazioni delle donne palestinesi, che intervengono su un territorio gravato non solo dall’oppressione del conflitto, ma anche da profonde limitazioni culturali, determinate da fondamentalismi religiosi, dinamiche patriarcali e legislazioni arcaiche che non tutelano le donne, ma anzi le penalizzano.
Primo appuntamento della giornata al “Mehawar Center”, nel villaggio di Beits Sour, il centro antiviolenza più grande della Palestina, fondato nel febbraio dello scorso anno, con lo scopo di proteggere donne vittime di violenza nei territori palestinesi. Supervisionato dall‘Autorità palestinese e dal Ministero degli Affari Sociali, è il frutto della sinergia di realtà locali ed internazionali, fra cui l’Ong “Palestinian Society of Women” e l’associazione italiana “Differenza Donna”. Situato in un luogo visibile e facilmente raggiungibile, non ha un indirizzo segreto, ma anzi si propone come punto d’incontro e di riferimento, per avvicinare quotidianamente le donne dei Territori Occupati, sensibilizzandole sulla tematica della violenza domestica e su quella di genere.
Gratuiti i servizi offerti dalla struttura: una casa rifugio in grado di ospitare fino a 35 donne con i loro bambini, per brevi o lunghi periodi, uno sportello di ascolto, di formazione educativa e professionale ed assistenza legale, sia individuale che all’intero nucleo famigliare. Il sostegno telefonico, inoltre, indirizza le donne di altre città a strutture di riferimento del loro distretto. A disposizione dell’intera comunità l’asilo nido, la palestra, il centro ricreativo. Campagne educative vengono portate avanti in scuole, villaggi, campi profughi. Si batte attivamente, insieme a diverse Ong, per migliorare e modificare le normative vigenti in tema di violenza, incentrate sul codice Giordano del ‘67, che nega diritti e lascia impuniti crimini perpetrati nei confronti delle donne. Tre i tipi di violenza su cui interviene il centro: fisica, psicologica, sessuale. Quella verbale non viene riconosciuta come tale perché comunemente accettata. I conflitti minori implicano il reintegro della donna nel nucleo d‘origine. Quella sul posto di lavoro spesso non viene denunciata, motivo di vergogna soprattutto fra le mussulmane.
Complesso l’intervento nei casi di abusi sessuali e violenza domestica. Fenomeno questo che aumenta sensibilmente nei periodi di conflitto, in seguito alla frustrazione generata da disoccupazione, inattività, limitazione della mobilità. Le vittime, spesso, per vergogna e paura tendono a chiudersi nel silenzio e quando riescono ad aprirsi non vengono credute, ritenute responsabili dell’accaduto, emarginate e in molti casi punite addirittura con la morte. Accade anche che persino le madri e le sorelle, per il timore di ritorsioni, non testimonino a favore.
Le vittime spesso ignorano che lo stupro possa comportare una gravidanza. Nonostante sia illegale, sono in molte a richiederne l’interruzione. Se per le mussulmane viene contemplata in alcuni casi limite, per le cattoliche è escluso. Ovviamente diffusa la pratica degli aborti clandestini. Sorseggiato dell’ottimo caffe’ al cardamomo offertoci dalle donne del Centro, abbiamo salutato con l’emozione nel cuore lo spezzone della carovana in partenza per Nablus.
Incontro con il Comitato di donne dell’Ibdaa
Nel primo pomeriggio, abbiamo finalmente conosciuto alcune delle donne del comitato Ibdaa, coinvolte in due dei progetti fondamentali nella vita del campo, come l’asilo nido e la sartoria, che hanno contributo al processo di emancipazione ed autonomia economica delle donne del campo, garantendo un servizo di cura e creando reddito e lavoro. Abbiamo incontrato due maestre della struttura, che accoglie 120 bambini dagli 8 ai 12 mesi, in classi di circa 25 piccoli. Oltre alle consuete attivita’, la scuola materna offre anche sostegno psicologico individuale e di gruppo ai bimbi, che spesso soffrono di traumi legati alla guerra ed alla vita stessa nel campo. In questo lavoro vengono coinvolte anche le madri e le famiglie.
Si parla poi del laboratorio di sartoria di Ibdaa a gestione femminile, che attualmente da’ un reddito a circa 100 donne. Spesso questa risulta essere l’unica e fondamentale entrata che sostiene la famiglia. Il progetto ha anche un risvolto culturale, essendo la sartoria parte della tradizione del popolo palestinese. E’ stato fondato nel 1999 da 15 donne, ed e’ cresciuto nel tempo, anche con la collaborazione dell’associazione giapponese “Pace sulla Terra”.
Tuttora sono le madri quelle che tramandano i racconti sulla cultura e le tradizioni di allora.
Ed anche a noi hanno ricordato la nascita del campo, quando nel ‘48 le donne si sono dovute accollare il sostentamento materiale e morale della comunita’ , a causa dell’assenza degli uomini, lontani per lavoro, esilio o prigionia, nei casi piu’ “fortunati”.
Prima di allora, la loro vita era incentrata sulla famiglia, sulla comunita’. Si occupavano anche di agricoltura e piccolo artigianato.
“E’ negli anni ‘80, con la Prima Intifada, essendo parte attiva negli scontri, che hanno dimostrato di avere un ruolo nella difesa del territorio e delle loro case.”
Ci raccontano poi di come una debolezza della donna nel mondo islamico stia nella questione dell’onore, e di come questo sia diventato un’arma nella strategia di guerra israeliana: una donna stuprata non solo e’ oggetto di disonore, ma anche di emarginazione dalla propria comunita’. Questo ha condizionato il ritiro di molte dalla lotta.
La diffusione dei matrimoni combinati e dei matrimoni in eta’ giovanile e’ inversamente proporzionale al livello d’istruzione: lo stato di guerra influisce negativamente su questo, perche’ le famiglie non hanno piu’ la disponibilita’ economica di far studiare le ragazze.
Nel Codice Giordano, tuttora in vigore, il delitto d’onore e’ ancora presente, ed e’ punito con una pena detentiva non superiore a tre mesi.
Primo giorno di laboratori
Con un po’ di ritardo, visti gli appuntamenti intensi della mattinata, a Dheiesheh sono partiti i primi workshops.
Il laboratorio fotografico e l’animazione per i piu’ piccoli, e il laboratorio musicale con gli adolescenti.

Il gruppo del nord
Per accedere alla zona di Nablus si passa per il checkpoint di Al-Howara. Trovarlo aperto è quasi un miracolo. In attesa che i militari israeliani, spavaldi e armati, decidano di farci passare, osserviamo quello che quotidianamente i palestinesi devono subire per poter andare da un luogo ad un altro. La fila al tornello e alla perquisizione è lunghissima. Per le automobili lo stop è obbligatorio: scendere e aprire tutti gli sportelli compreso il portabagagli un ordine. Dopo un po’ di attesa ed esitazione, riusciamo a passare. La zona di Nablus è circondata da montagne, alcune occupate dai campi dei militari israeliani. Giungiamo finalmente ad Al Farah. La struttura in cui veniamo ospitati è un ex carcere, inquitente ed angosciante, un luogo di passaggio per interrogatori e torture. Costruito durante il protettorato inglese fu usato dal 1982 al 1995 dal governo israeliano come luogo di detenzione amministrativa per i prigionieri politici. Il responsabile di questo luogo, ora riabilitato a centro sportivo e museo, ci racconta la sua testimonianza da ex detenuto descrivendoci le condizioni in cui versavano i prigionieri e le pesanti torture subite. Nei suoi anni di attività il carcere ospitava circa 1200 detenuti al giorno sia all’interno delle celle che in tende appositamente situate all’esterno del complesso. Dei detenuti, esclusivamente giovani e studenti, se ne vedono ancora le tracce. Nel giardino degli orrori infatti sono ancora ben visibile i sistemi di tortura come anche la privazione di acqua e cibo n compenso ai detenuti venivano concesse quattro sigarette al giorno di marca ‘escote’ che in israeliano significa ‘chiudi la bocca’. Particolare è pensare che le stanze in cui dormiamo 15 anni fa erano gli alloggi delle guardie carcerarie israeliane e, occasionalmente, delle loro mogli.
Team lenti e macchinosi
no border no nation stop occupation

La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
Altri contributi su: globalproject.info.

Tags:
Pubblicato in Palestina | Nessun Commento »

Carovana in Palestina - 5 aprile

Inviato da a.s.salah il 10 aprile 2009

stadio_ram
Colazione e conoscenza dell’Ibdaa Cultural Center
Ci siamo svegliati, dopo la prima notte, nel campo profughi di Dheisheh, dopo aver dormito in due strutture molto accoglienti. Tra baci e abbracci, davanti un’abbondante colazione, tra compagni e compagne di tutta Italia arrivati con voli diversi in Palestina, ci siamo buttati subito a capofitto in un’intensa giornata di lavoro politico e sportivo.
Durante la mattinata, abbiamo fatto un incontro con lo scopo di conoscere le attività della laica struttura culturale che ci ospita, il centro di Ibdaa (”creare qualcosa dal nulla”). Giovani palestinesi ci hanno raccontato il lavoro che svolge il centro nel territorio di Dheisheh, uno dei 59 campi profughi palestinesi, creati nel ’48, che concentra attualmente 12.000 persone dentro una superficie di ½ km quadrato. Tra i loro progetti più importanti possiamo menzionare l’ostello, il ristorante, lo sport, la danza, la musica, il teatro, la biblioteca, l’asilo per i bambini, il comitato di donne, un laboratorio di sartoria, l’ospedale e fra quelli futuri il media center e la Tv satellitare. Nonché, con grande sforzo economico, finanziare annualmente l’università per cinquanta ragazzi del campo. Trenta ragazzi vengono mandati a studiare in quelle palestinesi.
I rimanenti studiano in atenei stranieri, per far fronte alla difficoltà di poter studiare in Palestina, a causa della perimetrazione del territorio, frammentato da muri, filo spinato, reti elettrificate, check point, posti di blocco e strade a scorrimento veloce percorribili solo da cittadini israeliani. “Insomma, sai quando esci di casa, ma non sai quando arriverai al lavoro, a lezione, all’esame”. Obiettivo del progetto educativo è quello di avere dei giovani formati, pronti a tornare e a socializzare le loro competenze e conoscenze con la propria comunità, con la speranza di poter creare una nuova classe politica che si discosti da quella corrotta attuale.
Ci raccontano che esistono tre tipi di scuole: quella delle Nazioni Unite, quelle statali e quelle private che possono essere sia laiche che religiose. Quelle private sono molto costose e spesso propongono un maggior numero di materie. I programmi, invece, si equivalgono fra gli altri tipi di scuole.
Passare l’esame di maturità è molto duro. Due gli istituti all’interno del campo gestiti dalle Nazioni Unite, una elementare e una media, che non riescono a coprire la domanda del campo. 7000, infatti, i bambini in età scolare costretti a doppi turni e stretti in classi di oltre 45 allievi. Un notevole carico grava sul ristretto corpo docenti quindi, formato solo da 13 insegnanti.

“Non abbiamo acqua d’estate ed elettricità d’inverno”: è questa una delle frasi ricorrenti nei racconti della mattinata. In base agli accordi di Oslo, i palestinesi non possono disporre delle risorse del sottosuolo, che sono quindi gestite dagli israeliani e rivendute ai palestinesi e la cui erogazione può essere sospesa arbitrariamente in qualsiasi momento.
A Dheisheh l’elettricità arriva da un generatore situato a Gerusalemme. Se un cavo dell’impianto si rompe, il campo può restare anche per giorni senza luce, perché la società erogatrice reclama bollette non pagate. Considerando che il 65% della popolazione è disoccupata ed i pochi che lavorano vengono sotto pagati … immaginiamo i lunghissimi inverni senza elettricità e quello che ne comporta.

In pellegrinaggio verso lo stadio…

Dopo la riunione, siamo saliti sui pullman per raggiungere lo stadio di Al Ram nei pressi di Ramallah dove si sono disputati i primi due incontri di calcio della carovana. Questo trasferimento ci ha permesso di vivere in prima persona quelle che sono le difficoltà quotidiane riguardo la mobilità vissute dai palestinesi e di vedere con i nostri occhi le barriere architettoniche che hanno reso possibile questo sistema di apartheid. Check point a parte, ci ha colpito l’autostrada riservata ai cittadini israeliani che collega in soli 20 minuti l’insediamento di coloni Maali Adumin con Gerusalemme. Noi, per arrivare a Ramallah, invece abbiamo impiegato circa un’ora e mezza, percorrendo tre volte tanto la distanza che ci divideva dalla nostra meta. Altro particolare inquietante, oltre alle barriere autostradali, le centinaia di ceppi di olivo decapitati che affioravano dal terreno spaccato dal sole. Olivi secolari, lavoro e risorsa di almeno tre generazioni di uomini e donne, costretti ora ad acquistare l’olio altrove.

La disfatta di Al Ram

Alle 14.00 siamo giunti nello stadio, l’unico regolamentare riconosciuto dalla Fifa nei Territori Occupati, campo di gioco della loro Nazionale. Ad attenderci, oltre la Nazionale under 18, il calore e l’entusiamo delle alunne della scuola femminile di Gerusalemme Est “Dar el Tefl el Arabi”, che si sono poi cimentate in un colorato saggio che ha aperto il fastoso cerimoniale della giornata calcistica. Ma veniamo alla cronaca delle partite.

Gli scombinati componenti della nostra squadra, che giocava contro la nazionale under 18, si sono fatti scudo con discorsi del tipo: “Siamo arrivati questa notte”, o “Abbiamo dormito poche ore” oppure, ancora peggio per degli sportivi, “… nella vita ci droghiamo”. Ragazzi la realtà è ben altra: “Siete delle pippe!”. Avete perso 10 a 0 e sbagliato il rigore che l’arbitro aveva regalato, in quanto ospiti, all’ultimo minuto. Di voi, lo sapevamo, che non eravate affidabili; ma della squadra femminile no. Le ragazze, negli anni passati, ci avevano regalato solo vittorie e al pubblico Palestinese emozionanti momenti di “fùtbol bailado”. Sono crollate misteriosamente, perdendo 9 a 0.
Da Dheisheh è tutto i vostri corrispondenti con i piedi Lory, Duka e Barbara.

La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
Potete vedere una galleria fotografica su Globalproject.info.

Tags:
Pubblicato in Palestina | Nessun Commento »