Carovana in Palestina - 6 aprile
Inviato da a.s.salah il 10 aprile 2009 - 09:04
Dopo il diniego della autorità israeliane delle autorizzazioni per entrare nella Striscia di Gaza la Carovana prosegue con i suoi appuntamenti e i suoi incontri.
Il gruppo del centro
La giornata è iniziata presto con una abbondante colazione e in 53 siamo partiti dopo aver salutato gli altri gruppi verso jayyus, distretto di qalqilya , nel nord della west bank.
Abbiamo attraversato Betlemme ripercorrendo la strada che ieri ci aveva portato a Ramallah fino al ceck point di Abu dis. I militari dopo aver fatto i controlli di routine dei passaporti, rivedendo le stesse facce del giorno prima hanno deciso di farci perdere quasi un’ora, trattenendo per accertamenti di procedura la guida palestinese membro dell’associazione Stop the wall, partita con noi da Dheisheh. Alla fine una delegazione è scesa per recarsi al gabbiotto del ceck point e chiedere le motivazioni del fermo. I militari israeliani, capito che non ci saremmo mossi dal ceck point senza la guida, hanno deciso di lasciarla risalire e proseguire il viaggio con noi.
Durante il viaggio, piu’ di ieri, era visibile davanti ai nostri occhi il sistema di apartheid in cui sono costretti i palestinesi. Prorpio prima di entrare a jayyus sorgono alcuni villaggi di coloni arroccati sulle colline sia per una questione strategica che di approvvigionamento idrico, cirondati dal filo spinato, eletrtrico e spesso dal muro. Una delle cose che ci ha più impressionato lungo il tragitto é stata una enorme discarica di rifiuti, tra cui quelli industriali, che gli insediamneti dei coloni riversano in territorio palestinese inquinando la poca acqua che arriva al villaggio di jayyus.
Arrivati con un’ora di ritardo sul programma a causa dei controlli, ci siamo sistemati al Charity center, un centro di sostegno alla popolazione. Dopo le presentazioni e il pranzo, siamo partiti con la banda della Murga aggregando un centinaio di bambini, muniti di fionde autocostruite, che ci hanno seguito per le vie di Jayyus.Con loro abbimo raggiunto il parco giochi della scuola dove abbiamo dipinto un murales, con la scritta in tre lingue « lo sport unisce, il muro divide ». Dalla scuola é ben visibile il tracciato del futuro muro di 5 km e mezzo, iniziato a costruire nel 2002, che circonda il paese impedendo l’accesso al 78 per cento delle terre coltivate. Per raggiungere i campi esistono solo tre varchi, controllati dai soldati israelini, che permettono l’accesso per tre volte al giorno tre volte a settimana, e solo con uno speciale pass rilasciato a discrezione del governo israeliano, al momento concesso - ci hanno raccontato i ragazzi di jayyus - solo a persone anziane. In un contesto basato sull’agricoltura tutto cio’ ha impoverito notevolmenete l’economia locale, florida fino alla costruzione del muro, portando la disoccupazione al 75 per cento.
Passiamo alla pagina sportiva del nostro report. Continua la vergognosa serie di sconfitte della squadra maschile. La partita di oggi contro la squadra locale si è conclusa con il risultato di 13 a 3 a favore dei padroni di casa. E’ evidente che la squadra ha bisogno di un cambio di gioco, giocatori e allenatore (n.d.r). Per rilanciare le sorti sportive della carovana confidiamo nella partita di pallavolo femminile di domani, augurandoci di cuore che il cambio di disciplina sportiva cambi il magro risultato.
Da Jayyus: il duka e tanka
Il gruppo del sud
Giornata di incontri e conoscenza. Insieme al gruppo che si recherà a nord prima del previsto per l’impossibilità dai raggiungere Gaza, il gruppo con base a Deheishe inizia la sua serie di incontri.
Incontro con il centro anti-violenza di Beit Sour
Donne sotto l’assedio: potrebbe essere ribattezzata così questa seconda giornata della Carovana, caratterizzata dall’incontro con associazioni delle donne palestinesi, che intervengono su un territorio gravato non solo dall’oppressione del conflitto, ma anche da profonde limitazioni culturali, determinate da fondamentalismi religiosi, dinamiche patriarcali e legislazioni arcaiche che non tutelano le donne, ma anzi le penalizzano.
Primo appuntamento della giornata al “Mehawar Center”, nel villaggio di Beits Sour, il centro antiviolenza più grande della Palestina, fondato nel febbraio dello scorso anno, con lo scopo di proteggere donne vittime di violenza nei territori palestinesi. Supervisionato dall‘Autorità palestinese e dal Ministero degli Affari Sociali, è il frutto della sinergia di realtà locali ed internazionali, fra cui l’Ong “Palestinian Society of Women” e l’associazione italiana “Differenza Donna”. Situato in un luogo visibile e facilmente raggiungibile, non ha un indirizzo segreto, ma anzi si propone come punto d’incontro e di riferimento, per avvicinare quotidianamente le donne dei Territori Occupati, sensibilizzandole sulla tematica della violenza domestica e su quella di genere.
Gratuiti i servizi offerti dalla struttura: una casa rifugio in grado di ospitare fino a 35 donne con i loro bambini, per brevi o lunghi periodi, uno sportello di ascolto, di formazione educativa e professionale ed assistenza legale, sia individuale che all’intero nucleo famigliare. Il sostegno telefonico, inoltre, indirizza le donne di altre città a strutture di riferimento del loro distretto. A disposizione dell’intera comunità l’asilo nido, la palestra, il centro ricreativo. Campagne educative vengono portate avanti in scuole, villaggi, campi profughi. Si batte attivamente, insieme a diverse Ong, per migliorare e modificare le normative vigenti in tema di violenza, incentrate sul codice Giordano del ‘67, che nega diritti e lascia impuniti crimini perpetrati nei confronti delle donne. Tre i tipi di violenza su cui interviene il centro: fisica, psicologica, sessuale. Quella verbale non viene riconosciuta come tale perché comunemente accettata. I conflitti minori implicano il reintegro della donna nel nucleo d‘origine. Quella sul posto di lavoro spesso non viene denunciata, motivo di vergogna soprattutto fra le mussulmane.
Complesso l’intervento nei casi di abusi sessuali e violenza domestica. Fenomeno questo che aumenta sensibilmente nei periodi di conflitto, in seguito alla frustrazione generata da disoccupazione, inattività, limitazione della mobilità. Le vittime, spesso, per vergogna e paura tendono a chiudersi nel silenzio e quando riescono ad aprirsi non vengono credute, ritenute responsabili dell’accaduto, emarginate e in molti casi punite addirittura con la morte. Accade anche che persino le madri e le sorelle, per il timore di ritorsioni, non testimonino a favore.
Le vittime spesso ignorano che lo stupro possa comportare una gravidanza. Nonostante sia illegale, sono in molte a richiederne l’interruzione. Se per le mussulmane viene contemplata in alcuni casi limite, per le cattoliche è escluso. Ovviamente diffusa la pratica degli aborti clandestini. Sorseggiato dell’ottimo caffe’ al cardamomo offertoci dalle donne del Centro, abbiamo salutato con l’emozione nel cuore lo spezzone della carovana in partenza per Nablus.
Incontro con il Comitato di donne dell’Ibdaa
Nel primo pomeriggio, abbiamo finalmente conosciuto alcune delle donne del comitato Ibdaa, coinvolte in due dei progetti fondamentali nella vita del campo, come l’asilo nido e la sartoria, che hanno contributo al processo di emancipazione ed autonomia economica delle donne del campo, garantendo un servizo di cura e creando reddito e lavoro. Abbiamo incontrato due maestre della struttura, che accoglie 120 bambini dagli 8 ai 12 mesi, in classi di circa 25 piccoli. Oltre alle consuete attivita’, la scuola materna offre anche sostegno psicologico individuale e di gruppo ai bimbi, che spesso soffrono di traumi legati alla guerra ed alla vita stessa nel campo. In questo lavoro vengono coinvolte anche le madri e le famiglie.
Si parla poi del laboratorio di sartoria di Ibdaa a gestione femminile, che attualmente da’ un reddito a circa 100 donne. Spesso questa risulta essere l’unica e fondamentale entrata che sostiene la famiglia. Il progetto ha anche un risvolto culturale, essendo la sartoria parte della tradizione del popolo palestinese. E’ stato fondato nel 1999 da 15 donne, ed e’ cresciuto nel tempo, anche con la collaborazione dell’associazione giapponese “Pace sulla Terra”.
Tuttora sono le madri quelle che tramandano i racconti sulla cultura e le tradizioni di allora.
Ed anche a noi hanno ricordato la nascita del campo, quando nel ‘48 le donne si sono dovute accollare il sostentamento materiale e morale della comunita’ , a causa dell’assenza degli uomini, lontani per lavoro, esilio o prigionia, nei casi piu’ “fortunati”.
Prima di allora, la loro vita era incentrata sulla famiglia, sulla comunita’. Si occupavano anche di agricoltura e piccolo artigianato.
“E’ negli anni ‘80, con la Prima Intifada, essendo parte attiva negli scontri, che hanno dimostrato di avere un ruolo nella difesa del territorio e delle loro case.”
Ci raccontano poi di come una debolezza della donna nel mondo islamico stia nella questione dell’onore, e di come questo sia diventato un’arma nella strategia di guerra israeliana: una donna stuprata non solo e’ oggetto di disonore, ma anche di emarginazione dalla propria comunita’. Questo ha condizionato il ritiro di molte dalla lotta.
La diffusione dei matrimoni combinati e dei matrimoni in eta’ giovanile e’ inversamente proporzionale al livello d’istruzione: lo stato di guerra influisce negativamente su questo, perche’ le famiglie non hanno piu’ la disponibilita’ economica di far studiare le ragazze.
Nel Codice Giordano, tuttora in vigore, il delitto d’onore e’ ancora presente, ed e’ punito con una pena detentiva non superiore a tre mesi.
Primo giorno di laboratori
Con un po’ di ritardo, visti gli appuntamenti intensi della mattinata, a Dheiesheh sono partiti i primi workshops.
Il laboratorio fotografico e l’animazione per i piu’ piccoli, e il laboratorio musicale con gli adolescenti.
Il gruppo del nord
Per accedere alla zona di Nablus si passa per il checkpoint di Al-Howara. Trovarlo aperto è quasi un miracolo. In attesa che i militari israeliani, spavaldi e armati, decidano di farci passare, osserviamo quello che quotidianamente i palestinesi devono subire per poter andare da un luogo ad un altro. La fila al tornello e alla perquisizione è lunghissima. Per le automobili lo stop è obbligatorio: scendere e aprire tutti gli sportelli compreso il portabagagli un ordine. Dopo un po’ di attesa ed esitazione, riusciamo a passare. La zona di Nablus è circondata da montagne, alcune occupate dai campi dei militari israeliani. Giungiamo finalmente ad Al Farah. La struttura in cui veniamo ospitati è un ex carcere, inquitente ed angosciante, un luogo di passaggio per interrogatori e torture. Costruito durante il protettorato inglese fu usato dal 1982 al 1995 dal governo israeliano come luogo di detenzione amministrativa per i prigionieri politici. Il responsabile di questo luogo, ora riabilitato a centro sportivo e museo, ci racconta la sua testimonianza da ex detenuto descrivendoci le condizioni in cui versavano i prigionieri e le pesanti torture subite. Nei suoi anni di attività il carcere ospitava circa 1200 detenuti al giorno sia all’interno delle celle che in tende appositamente situate all’esterno del complesso. Dei detenuti, esclusivamente giovani e studenti, se ne vedono ancora le tracce. Nel giardino degli orrori infatti sono ancora ben visibile i sistemi di tortura come anche la privazione di acqua e cibo n compenso ai detenuti venivano concesse quattro sigarette al giorno di marca ‘escote’ che in israeliano significa ‘chiudi la bocca’. Particolare è pensare che le stanze in cui dormiamo 15 anni fa erano gli alloggi delle guardie carcerarie israeliane e, occasionalmente, delle loro mogli.
Team lenti e macchinosi
no border no nation stop occupation
La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
Altri contributi su: globalproject.info.