liberi di giocare

sportcontroilrazzismo.it - Associazione Sportiva Salah Onlus

Carovana in Palestina - 8 aprile

Inviato da a.s.salah il 18 aprile 2009 - 09:18

il gruppo del nord
In mattinata abbiamo lasciato Al Farah per dirigerci verso il campo profughi di Balata. Qui siamo stati accolti dai volontari dell’Happy Childhood Center, un centro che organizza vari tipi di attivita’ sociali e culturali rivolte ai bambini e alle bambine di eta’ compresa tra i 6 e i 16 anni. Il centro esiste dal 1997, e’ il piu’ grande del campo e cerca di individuare i bisogni specifici dei bambini tenendo in considerazione i traumi dovuti all’occupazione israeliana. L’Happy Childhood Center si propone di sviluppare la creativita’ dei bambini, occupando il loro tempo libero con attivita’ artistiche, sociali, culturali e fisiche allo scopo di rafforzare le loro capacita’ e incidere sulle relazioni interpersonali. Il centro dispone di diversi locali per le attivita’ dei bambini, di una palestra e di una sala computer.
Dopo averci presentato le attivita’, i volontari del centro ci hanno accompagnato per una passeggiata in questo campo, sorto dopo il 1948 e che, attualmente, conta circa 23.000 abitanti. Alla fine della visita e dopo un ottimo pranzo a base di riso e pollo (tanto per cambiare!), partecipiamo allo spettacolo di benvenuto, durante il quale i bambini e le bambine si esibiscono nella tradizionale danza palestinese, la dabka, nonche’ in una sfrenata esibizione di breakdance.
Il pomeriggio prosegue con i workshop che avevamo preparato per i bambini, nello specifico quello di fotografia, del living theatre e di animazione. Nel frattempo alcune di noi si sono ritagliate uno spazio per un te’ e quattro chiacchiere con le intraprendenti donne che lavorano nel centro come volontarie. La direttrice del centro e’ una donna forte ed orgogliosa, racconta del suo divorzio, delle difficolta’ e del suo percorso di ‘empowerment’ – come viene chiamato da lei stessa. Veniamo cosi’ a sapere che quest’associazione coinvolge circa 600 donne, alcune delle quali lavorano attivamente portando avanti progetti e corsi all’interno del centro. In particolare forniscono sostegno medico e psicologico gratuito alle donne che si trovano in difficolta’, oltre a creare uno spazio che possa essere luogo di discussione e di espressione per ogni donna del campo. Per fare cio’ che abbiamo appena descritto, monitorare e costruire relazioni, le donne si recano anche casa per casa. Il gruppo e’ in contatto con altre associazioni di donne presenti in alcune citta’ e campi della Palestina, riuscendo a portare avanti progetti comuni. Nasce un interessante confronto su quella che e’ la realta’ quotidiana delle donne di Balata.
Di fronte a questo centro c’ e’ la chiesa ortodossa… all’interno della quale si trova il pozzo di Giacobbe, luogo sacro alle tre religioni monoteiste. Per questo motivo ogni sabato gli ebrei vi si recano a pregare, imponendo alla popolazione di Balata il coprifuoco. Nel descriverci questa situazione il responsabile del centro ci ha indicato le montagne circostanti sulle quali si trovano le postazioni militari israeliane che controllano l’intero campo. Dal governo israeliano Balata e’ considerato una delle roccaforti della resistenza palestinese, in quanto molti combattenti provengono da qui.
Gruppo Nablus lenti e macchinosi

il gruppo del sud
Per oggi il programma prevedeva il trasferimento al valico di Eretz per tentare l’ingresso a Gaza, ma visto il diniego dell’autorità israeliana abbiamo deciso di attraversare una delle città in cui il conflitto arabo-israeliano si manifesta in tutta la sua criticità: Hebron, città a sud di Betlemme. Arriviamo alle 10 e ad aspettarci c’è un comitato che lavora nella città ed è partner del centro culturale Ibdaa. Tentiamo di ripercorrere la strada che collega la parte est della città a quella occidentale definita “strada dei martiri” chiusa nel 2000 ai palestinesi e riaperta solo dopo sei anni conseguentemente ad una sentenza della Corte suprema che dichiarò la chiusura come “un errore”. Questa strada divide due insediamenti israeliani di cui uno di maggiore densità abitativa e di più antica costruzione.
Il più recente dei due, invece, nasce come una stazione di Polizia israeliana nella quale vennero poco dopo costruite delle abitazioni che dovevano ospitare i militari di stanza lì. Ma ben presto si rivelò ai cittadini di Hebron il vero intento di quella costruzione: unificare l’insediamento della parte occidentale della “strada dei martiri”, più grande e popoloso, con quello orientale.
Dopo qualche centinaio di metri la carovana si è vista bloccata inizialmente dalla Polizia israeliana che dopo un primo contatto le aveva concesso il passaggio. Passato qualche minuto l’arrivo di due coloni ha dimostrato la vera gerarchia che garantisce l’ “ordine e la sicurezza” delle colonie nei territori palestinesi. Il loro sollecito all’esercito israeliano ci ha fatto vivere momenti di forte tensione. Due tank sono immediatamente sopraggiunti sul posto e con atteggiamento intimidatorio, scarellando i mitra ci hanno intimato di allontanarci. La trattativa è durata circa 40 minuti e ci ha dimostrato che ad Hebron tutto il potere decisionale è in mano ai coloni. Questo infamante intervento ci ha costretto ad abbandonare la strada dei martiri ed a raggiungere la parte vecchia della città attraverso una strada di proprietà di un palestinese che si trava proprio a cavallo dell’insediamento orientale. Questa deviazione ci ha però consentito di conoscere una storia di ordianaria e quotidiana follia che i palestinesi sono costretti a vivere. Il contandino, che dal 1987 vive lì, si è visto infatti privato della possibilità non solo di lavorare la terra che si estende davanti alla sua abitazione, ma è stato addirittura costretto, per sopravvivere alla furia israeliana, a trasformare la propria casa in una prigione. Filo spinato ed un muro di almeno 2 metri circondano la sua casa per difendersi dalle sassaiole giornaliere dei coloni e dalle incursioni militari. Ci racconta dei continui tentativi di denuncia da parte dei palestinesi contro la violenza dei coloni, denunce non solo inascoltate ma che producevano l’effetto opposto: chi denunciava veniva arrestato per mancanza di prove. Dal 2003, l’associazione israeliana Bet Salem, ha inaugurato il progetto “shooting back”: ad ogni famiglia palestinese che vive in punti particolarme delicati è stata distribuita una telecamera che funga da supporto per le denunce. L’idea del progetto nasce dopo che un attacco di coloni venne filmato ed ebbe grande risalto. Dopo questo incontro ci dirigiamo verso la città vecchia divisa in 2 zone : 400 coloni ( paramilitari) protetti da 3000 militari su 1500 abitanti ne occupano una parte. Di nuovo emerge la volontà israeliana di rendere ai limiti del sopportabile la mobilità dei palestinesi: per passare da una zona all’altra un palestinese è costretto a fare l’intero giro della città quando basterebbero pochi minuti a piedi.
L’occupazione israeliana è stata strumentalmente leggittimata dalla presenza della tomba di Abramo che gli ebrei riconoscono teologicamente come proprio protettore. Durante il Ramadam del 1994 la moschea fu teatro di un vero e proprio massacro che causò la morte di 29 persone. Secondo le fonti ufficiali l’attentato venne condotto da un solo colono, ma le testimonianze dirette dei sopravvissuti hanno invece reso nota la verità. Fu un commando ad irrompere nella moschea sparando raffiche di colpi che da diverse direzion colpirono i mussulmani raccolti in preghiera. Dopo l’attentato venne istituito un coprifuoco. Tutti i palestinesi vennero chiusi nelle loro case “per motivi di sicurezza” per 6 mesi, durante i quali la città venne totalmente trasformata: vennero chiuse 900 attività commerciali, abbandonate 1500 case per l’impossibilità di accedervi tramite le strade occupate dagli israeliani e costruiti 29 check-points. Quell’ unico colono che ufficialmente venne identificato come l’esecutore dell’estrema punizione divenne simbolo di un movimento politico radicale divenuto in breve punto di riferimento per la gran parte dei coloni che vivono nei territori occupati ed oggi rappresentato in Parlamento e alleato della maggior parte dei governi di unità nazionale. La tomba del “martire” si trova oggi all’interno della colonia. Il movimento è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale, che però poneva l’accento nella sentenza solo sul nome dello stesso. Venne quindi riformato cambiandolo ma mantenendo la struttura politico-ideologica.
Attraversando i vicoli della città vecchia abbiamo subito per pochi minuti quello che i palestinesi a stento, quotidianamente sopportano: oggetti, pietre e spazzatura sono piovuti dai piani alti dei palazzi che si affacciano sul Suk.
Abbiamo visto una presenza militare inaccettabile, una violenza diffusa e indiscriminata e un’estrema dignità umana di un popolo quotidianamente costretto ad una vita di segregazione.
Free Palestine, Stop Occupation!!!
Antonella, Valeria e Sara da Dehishe

il gruppo del nord
La giornata di oggi è cominciata con una piacevole sorpresa.
Mentre i bambini della pre scuola del charity center facevano il saluto al sole prima di entrare in classe guidati dai ‘maestri’ della Murga, il nostro amico Noor ci svegliava mandando dal suo telefonino un pezzo di Dj Gruff che avevamo scaricato ieri all’internet point dove lavora. Noor è un volontario del Charity, che ci accompagna nelle attività di questi giorni. Oltre alla sua militanza come volontariato, Noor che ha 20 anni, studia all’università di Qalqilya e con suo padre lavora i campi al di là del muro. Stamattina abbiamo scoperto che oltre ad avere tutte queste qualità ama il rap ed ha un ottimo orecchio musicale avendo scelto tra le tante tracce scaricatie prorpio un pezzo della storia dell’hip hop!
Dopo la colazione, per la prima volta in due anni non a base di falafel e patatine fritte, siamo scesi a giocare con i bambini per la ricreazione. Nel Charity center ci sono 5 classi di bambini dai 4 ai 6 anni che prima di accedere alla scuola elementari (a 7 anni) studiano niente meno che arabo matematica e inglese, meglio delle tre « i » (informatica, inglese e impresa) di Berlusconi!
Mentre il Duka inaspettatamente già da ieri, al parco giochi, si è rivelato un catalizzatore dei giochi più stupidi da fare con i bambini (tipo il battimano, i compagni del forte hanno le prove video) oggi si é cimentato nel dipingere le facce dei bambini aprendo una disputa con la Murga sullo stile del body painting: guerrieri della notte (gang dei baseball furious) versus cuoricini, black flag versus flower power.
Oggi girando per il paese, la gente cheabbiamo incontrato per strada e nei negozi, ci ha espresso la propria solidarieta’ per la tragedia del terremoto in Abruzzo e la loro profonda graditudine per la nostra attiva presenza a Jayyuss nonostante la situazione difficile in Italia.
Tra le storie di ordinaria violenza quotidiana a jayyus, mentre ci trovavamo nel campo di pallavolo ci é stato chiesto di rientrare al Charity center perche’ i soldati israeliani, di turno al gate sud, stavano entrando nel paese. Dopo l’allarme iniziale, per paura di possibili rastrellamenti della popolazione civile, ci e’ stato spiegato che i soldati israeliani al gate sud in seguito al lancio di qualche sasso da parte dei bambini avevano subito sparato proiettili di gomma ferendo, per fortuna lievemente, un ragazzino.
Per il gruppo di jayyus oggi é stata una giornata ricca di incontri con l’associazione sportiva, con le donne e con il gruppo di internazionali EAPPI.

SPORT
I rappresentanti dell’associazione sportiva hanno per prima cosa sottolineato che il problema principale per praticare e sviluppare lo sport in Palestina è l’occupazione.
Questa affermazione che a prima vista puo’ sembrare retorica è dimostrata dall’impossibilità di muoversi per disputare partite, in particolare con le squadre della striscia di Gaza, costrette a incontrare gli altri team solo in campionati o tornei in Siria e libano. Il complesso di giocare sempre un derby continuo con la stessa squadra.
La seconda motivazione è ancora più pesante, riguarda proprio le « risorse umane » a disposizione dell’allenatore. Per fare solo un esempio, la squadra di pallavvolo maschile di jayyus campione nazionale, da un mese ha un giocatore in meno e non a causa di un infortunio. Un mese fa durante una retata dell’esercito israelino, come rappresaglia alla manifestazione che tutti i venrdi’ la popolazione organizza contro il muro, un centinaio di ragazzi del paese sono stati rastrellati a caso ammanettati, bendati e chiusi per oltre 50 ore nella scuola del paese insieme ai militari. A causa di questo episodio molti bambini, con cui abbiamo parlato, ancora oggi hanno gli incubi. Il risultato dell’operazione è stato 15 feriti e 13 arrestati tra i cui un membro della squadra di pallavolo, di cui attualmente non si hanno notizie. Altro tragico esempio riguarda la nazionale di calcio palestinese: due membri fondamantali della squadra sono morti durante l’operazione piombo fuso, a Gaza, sotto le bombe.
Da parte di sport sotto l’assedio c’é stata la proposta di inviare aiuti per le strutture sportive della città e fare in modo che la squadra di jayyus venga in italia per perfezionarsi e giocare con altre squadre italiane e informare su quanto succede in Palestina.

DONNE
L’incontro con le donne é stato molto partecipato. Un gruppo di ragazzi e ragazze della carovana ha acsoltato le testimonianze di nove donne di jayyus che fanno parte di un’associazione che raccoglie tutte le donne del paese. Al pari degli uomini tutte le donne condividono in primis la lotta contro l’occupazione israeliana e allo stesso tempo lo sforzo per il miglioramento della qualità della vita delle donne che passa attraverso l’accesso all’istruzione universitaria. Come ci hanno raccontato l’ottanta per cento delle ragazze del villaggio frequenta l’università.
Anche in questo caso l’occupazione ha peggiorato la situazione femminile. Prima dell’occupazione le donne non avevano problemi specifici ma lavoravano e studiavano come gli uomini. In seguito all’occupazione l’effetto più immediato é stato l’innalzamento della paura soprattutto per le violenze dei soldati israeliani, non solo come violenza fisica, ma anche psicologica legata all’umiliazione.
Come ci raccontavano ieri, davanti al gate, molte donne non accompagnano più gli uomini nel lavoro dei campi per non subire l’umiliazione della perquisizione fisica (nella cultura musulmana il contatto fisico con un uomo non della famiglia è considerato una umiliazione e una violenza) da parte di soldati mancando spesso le soldatesse ai check point.
Le donne sono protagoniste anche della lotta palestinese. Nella maggior parte dei casi sono prorpio loro ad aprire le manifestazioni del venerdi’ per proteggere con i loro corpi i prorpi uomini e i propri figli, curano i feriti e durante il coprifuoco e i rastrellamenti sono le uniche che circolano per la città; sono loro quindi che garantiscono l’approvvigionamento e le comunicazioni. In caso di innalzamento del livello di scontro rivestono il ruolo di staffette.
Inoltre sempre più spesso le donne si trovano a svolgere le funzioni di padre/ madre quando gli uomini muoino o scompaiono durante il conflitto o quando sono detenuti nelle prigioni israeliane.
Nella sola città di jayyus (4200 abitanti) ci sono 6 martiri e 25 prigionieri.
A conclusione dell’incontro le donne ci hanno tenuto a sottolineare che se noi occidentali abbiamo una visione delle donne come vittime degli uomini della propria famiglia questo non è vero
Le donne rivestono ruoli importanti nelle municipalità e partecipano alla vita pubblica a livello macro. Come obiettivo prioritario le donne hanno l’autodeterminazione del popolo palestinese. Sono alla ricerca non solo dei diritti delle donne ma principalmente dei diritti umani estesi a tutta la popolazione sia maschile e femminile.
Alla fine dell’incontro ci hanno mostrato le manifatture artigianali che producono per finanziare l’associazione e gli studi delle ragazze di jayyus.

INTERNAZIONALI
nella tarda mattinata abbiamo incontrato un gruppo di internazionali della Eappi. È un’associazione nata come programma ecumenico israelo palestinese fatto dal consiglio mondiale delle chiese su richiesta del capo delle diocesi di gerusalemme, ma aperta ad altre confessioni e a atei. Al momento i volontari presenti a jayyus sono 4 dalla Norvegia, Svizzera, Germania e Scozia. I gruppi sono organizzati in modo da alternarsi di tre mesi in tre mesi e non lasciare mai il paese scoperto.
Lo scopo della loro presenza è quello di soddisfare cio’ che la popolazione palestinese richiede, mettendosi totalmente a disposizione senza la presunzione, tipicamente eurocentrica, di voler « calare dall’alto pratiche e soluzioni ». Sono presenti in 14 paesi differenti e qui in palestina in 6 luoghi differenti della west bank. Nello specifico i loro obiettivi sono:
cercare di proteggere la popolazione durante la manifestazioni di protesta, sperando che con la loro presenza i militari siani meno aggressivi. Tutti giorni si recano alle porte di accesso ai campi coltivati durante l’orario di apertura, per verificare il rispetto delle già assurde procedure di accesso e inoltre dispongono di una linea diretta telefonica per lamentare eventuali ritardi negli orari di apertura e chiusura nella prassi di accesso e eventuali soprusi da parte dei militari.
Il secondo obiettivo è il lavoro di controinformazione, per dare voce attraverso ,foto e report ,a cio’ che non passa sui media main stream. Scrivono report settimanali alle nazioni unite sulle violazioni dei diritti umani, in particolare sulla condotta dei soldati israeliani.
Infine portano solidarietà alle comunità locali dove sono presenti soprattutto con corsi di perfezionamento della lingua inglese per studenti universitari.
L’importanza della loro presenza sul campo è testimoniata da un sondaggio che hanno fatto tra la popolazione palestinese da cui risulta che l’89 per cento trova indispensabile la presenza degli internazinali in genere.

Incontri sportivi della giornata
oggi era il turno del ping pong. I nostri ragazzi migliori in questo sport, figli di sessantottini che avevano militato in scrausissimi gruppi maoisti (tipo Stella Rossa, Servire il Popolo e Viva il Comunismo) Silvio e il Sogliola hanno vinto il grosso delle sfide a cui hanno partecipato. Finalmente sport sotto l’assedio ha trovato la disciplina per l’avvenire. Abbiamo anche vinto meritatamente una coppa per la sfida di pallavolo. Migliori in campo Marco Anna e Alessandro.
Passando alla pagina calcistica oggi giorno di riposo e di festa. Dopo la prestazione di ieri si sono prepotentemente rialzate le quotazioni del nostro allenatore Davide. Notizia dell’ultima ora di Al Jazeera è stato contattato da una squadra degli emirati arabi che vuole affidargli il settore giovanile.
La trattativa è per ora bloccata data l’alto ingaggio del nostro allenatore.
I vostri corrispondenti duka e tanka

La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
Altri contributi su: globalproject.info.

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