liberi di giocare

sportcontroilrazzismo.it - Associazione Sportiva Salah Onlus

Primo richiamo alla nuova normativa anti razzismo

Inviato da a.s.salah il 29 maggio 2009 - 15:45

Prima le multe, poi Juventus-Atalanta giocata a porte chiuse come punizione per i cori razzisti dei tifosi bianconeri contro Balotelli. In seguito la Figc ha modificato l’articolo 62 del regolamento che prevedeva l’interruzione delle partite per l’esposizione di striscioni razzisti applicando la stessa pena anche per i cori che possano contenere espressioni oltraggiose, minacciose, incitanti alla violenza o discriminatorie per motivi di razza, di colore, di religione, di lingua, di sesso, di nazionalità, di origine territoriale o etnica, ovvero configuranti propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori.

Nella partita tra Bologna e Chievo l’arbitro Farina ha minacciato di sospendere la partita dopo i cori dei tifosi rossoblù contro il giocatore del Chievo Luciano. Ha avvisato i capitani delle due squadre e chiesto di intimare lo stop ai cori attraverso gli altoparlanti dello stadio. Questo atteggiamento del direttore di gara ha fatto sì che i cori razzisti si tramutassero in fischi. Alla fine al Bologna è stata semplicemente commutata una multa di 10mila euro

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Porte chiuse, ma non in faccia (purtroppo)

Inviato da a.s.salah il 21 aprile 2009 - 18:05

Dopo l’ennesimo caso di razzismo negli stadi italiani la FIGC ha deciso di cambiare il quadro normativo che prevedeva la
sospensione delle partite in caso di esposizioni di striscioni razzisti, ma non di cori. Noi ci chiediamo, perchè la mano non viene calcata ancora di più? Perchè non si decide che in un caso come quello di Torino dove quasi la totalità dello stadio ha urlato “negro di merda” la squadra non viene penalizzata con la sconfitta a tavolino?
Come si comporterebbero i vertici di una società se grazie all’atteggiamento ignorante del loro amato pubblico la squadra venisse tagliata fuori dalla Champions per aver perso qualche punto in modo così idiota?

Come al solito in Italia ora tutti piangono, tutti si disperano, tutti si domandano cosa sia successo, come se fossero
atterrati sabato all’Olimpico di Torino dopo un lungo viaggio da Marte. Di buono c’è da dire che la decisione di far giocare
la prossima partita della Juve a porte chiuse è comunque meglio delle ridicole multe che sono state comminate a Roma e Fiorentina (di 8 e 12 mila euro).

Intanto la Uefa pensa di interrompere le partite per 10 minuti in caso di atteggiamenti razzisti da parte dei tifosi e, nei casi più gravi, di sospenderle del tutto.

Staremo a vedere, da troppo tempo continuiamo a sentire le stesse frasi di condanna e a vedere le stesse lacrime di coccodrillo, che pena… e chissà se i tifosi dell’inter, oggi tanto indignati, si ricordano di Zoro e del trattamente che gli hanno riservato a S. Siro.
Ma poi, di cosa stupirsi se i loro stessi eroi si vantano di essere fascisti, così come da tempo fanno questi grandi campioni?(giustificandosi poi con la loro presunta ignoranza), quindi…

Giusto per tenere alta l’attenzione sui nostri pseudo campioni, ecco un articolo di Repubblica pubblicato qualche tempo fa.

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Carovana in Palestina - 8 aprile

Inviato da a.s.salah il 18 aprile 2009 - 09:18

il gruppo del nord
In mattinata abbiamo lasciato Al Farah per dirigerci verso il campo profughi di Balata. Qui siamo stati accolti dai volontari dell’Happy Childhood Center, un centro che organizza vari tipi di attivita’ sociali e culturali rivolte ai bambini e alle bambine di eta’ compresa tra i 6 e i 16 anni. Il centro esiste dal 1997, e’ il piu’ grande del campo e cerca di individuare i bisogni specifici dei bambini tenendo in considerazione i traumi dovuti all’occupazione israeliana. L’Happy Childhood Center si propone di sviluppare la creativita’ dei bambini, occupando il loro tempo libero con attivita’ artistiche, sociali, culturali e fisiche allo scopo di rafforzare le loro capacita’ e incidere sulle relazioni interpersonali. Il centro dispone di diversi locali per le attivita’ dei bambini, di una palestra e di una sala computer.
Dopo averci presentato le attivita’, i volontari del centro ci hanno accompagnato per una passeggiata in questo campo, sorto dopo il 1948 e che, attualmente, conta circa 23.000 abitanti. Alla fine della visita e dopo un ottimo pranzo a base di riso e pollo (tanto per cambiare!), partecipiamo allo spettacolo di benvenuto, durante il quale i bambini e le bambine si esibiscono nella tradizionale danza palestinese, la dabka, nonche’ in una sfrenata esibizione di breakdance.
Il pomeriggio prosegue con i workshop che avevamo preparato per i bambini, nello specifico quello di fotografia, del living theatre e di animazione. Nel frattempo alcune di noi si sono ritagliate uno spazio per un te’ e quattro chiacchiere con le intraprendenti donne che lavorano nel centro come volontarie. La direttrice del centro e’ una donna forte ed orgogliosa, racconta del suo divorzio, delle difficolta’ e del suo percorso di ‘empowerment’ – come viene chiamato da lei stessa. Veniamo cosi’ a sapere che quest’associazione coinvolge circa 600 donne, alcune delle quali lavorano attivamente portando avanti progetti e corsi all’interno del centro. In particolare forniscono sostegno medico e psicologico gratuito alle donne che si trovano in difficolta’, oltre a creare uno spazio che possa essere luogo di discussione e di espressione per ogni donna del campo. Per fare cio’ che abbiamo appena descritto, monitorare e costruire relazioni, le donne si recano anche casa per casa. Il gruppo e’ in contatto con altre associazioni di donne presenti in alcune citta’ e campi della Palestina, riuscendo a portare avanti progetti comuni. Nasce un interessante confronto su quella che e’ la realta’ quotidiana delle donne di Balata.
Di fronte a questo centro c’ e’ la chiesa ortodossa… all’interno della quale si trova il pozzo di Giacobbe, luogo sacro alle tre religioni monoteiste. Per questo motivo ogni sabato gli ebrei vi si recano a pregare, imponendo alla popolazione di Balata il coprifuoco. Nel descriverci questa situazione il responsabile del centro ci ha indicato le montagne circostanti sulle quali si trovano le postazioni militari israeliane che controllano l’intero campo. Dal governo israeliano Balata e’ considerato una delle roccaforti della resistenza palestinese, in quanto molti combattenti provengono da qui.
Gruppo Nablus lenti e macchinosi

il gruppo del sud
Per oggi il programma prevedeva il trasferimento al valico di Eretz per tentare l’ingresso a Gaza, ma visto il diniego dell’autorità israeliana abbiamo deciso di attraversare una delle città in cui il conflitto arabo-israeliano si manifesta in tutta la sua criticità: Hebron, città a sud di Betlemme. Arriviamo alle 10 e ad aspettarci c’è un comitato che lavora nella città ed è partner del centro culturale Ibdaa. Tentiamo di ripercorrere la strada che collega la parte est della città a quella occidentale definita “strada dei martiri” chiusa nel 2000 ai palestinesi e riaperta solo dopo sei anni conseguentemente ad una sentenza della Corte suprema che dichiarò la chiusura come “un errore”. Questa strada divide due insediamenti israeliani di cui uno di maggiore densità abitativa e di più antica costruzione.
Il più recente dei due, invece, nasce come una stazione di Polizia israeliana nella quale vennero poco dopo costruite delle abitazioni che dovevano ospitare i militari di stanza lì. Ma ben presto si rivelò ai cittadini di Hebron il vero intento di quella costruzione: unificare l’insediamento della parte occidentale della “strada dei martiri”, più grande e popoloso, con quello orientale.
Dopo qualche centinaio di metri la carovana si è vista bloccata inizialmente dalla Polizia israeliana che dopo un primo contatto le aveva concesso il passaggio. Passato qualche minuto l’arrivo di due coloni ha dimostrato la vera gerarchia che garantisce l’ “ordine e la sicurezza” delle colonie nei territori palestinesi. Il loro sollecito all’esercito israeliano ci ha fatto vivere momenti di forte tensione. Due tank sono immediatamente sopraggiunti sul posto e con atteggiamento intimidatorio, scarellando i mitra ci hanno intimato di allontanarci. La trattativa è durata circa 40 minuti e ci ha dimostrato che ad Hebron tutto il potere decisionale è in mano ai coloni. Questo infamante intervento ci ha costretto ad abbandonare la strada dei martiri ed a raggiungere la parte vecchia della città attraverso una strada di proprietà di un palestinese che si trava proprio a cavallo dell’insediamento orientale. Questa deviazione ci ha però consentito di conoscere una storia di ordianaria e quotidiana follia che i palestinesi sono costretti a vivere. Il contandino, che dal 1987 vive lì, si è visto infatti privato della possibilità non solo di lavorare la terra che si estende davanti alla sua abitazione, ma è stato addirittura costretto, per sopravvivere alla furia israeliana, a trasformare la propria casa in una prigione. Filo spinato ed un muro di almeno 2 metri circondano la sua casa per difendersi dalle sassaiole giornaliere dei coloni e dalle incursioni militari. Ci racconta dei continui tentativi di denuncia da parte dei palestinesi contro la violenza dei coloni, denunce non solo inascoltate ma che producevano l’effetto opposto: chi denunciava veniva arrestato per mancanza di prove. Dal 2003, l’associazione israeliana Bet Salem, ha inaugurato il progetto “shooting back”: ad ogni famiglia palestinese che vive in punti particolarme delicati è stata distribuita una telecamera che funga da supporto per le denunce. L’idea del progetto nasce dopo che un attacco di coloni venne filmato ed ebbe grande risalto. Dopo questo incontro ci dirigiamo verso la città vecchia divisa in 2 zone : 400 coloni ( paramilitari) protetti da 3000 militari su 1500 abitanti ne occupano una parte. Di nuovo emerge la volontà israeliana di rendere ai limiti del sopportabile la mobilità dei palestinesi: per passare da una zona all’altra un palestinese è costretto a fare l’intero giro della città quando basterebbero pochi minuti a piedi.
L’occupazione israeliana è stata strumentalmente leggittimata dalla presenza della tomba di Abramo che gli ebrei riconoscono teologicamente come proprio protettore. Durante il Ramadam del 1994 la moschea fu teatro di un vero e proprio massacro che causò la morte di 29 persone. Secondo le fonti ufficiali l’attentato venne condotto da un solo colono, ma le testimonianze dirette dei sopravvissuti hanno invece reso nota la verità. Fu un commando ad irrompere nella moschea sparando raffiche di colpi che da diverse direzion colpirono i mussulmani raccolti in preghiera. Dopo l’attentato venne istituito un coprifuoco. Tutti i palestinesi vennero chiusi nelle loro case “per motivi di sicurezza” per 6 mesi, durante i quali la città venne totalmente trasformata: vennero chiuse 900 attività commerciali, abbandonate 1500 case per l’impossibilità di accedervi tramite le strade occupate dagli israeliani e costruiti 29 check-points. Quell’ unico colono che ufficialmente venne identificato come l’esecutore dell’estrema punizione divenne simbolo di un movimento politico radicale divenuto in breve punto di riferimento per la gran parte dei coloni che vivono nei territori occupati ed oggi rappresentato in Parlamento e alleato della maggior parte dei governi di unità nazionale. La tomba del “martire” si trova oggi all’interno della colonia. Il movimento è stato dichiarato illegale dalla Corte internazionale, che però poneva l’accento nella sentenza solo sul nome dello stesso. Venne quindi riformato cambiandolo ma mantenendo la struttura politico-ideologica.
Attraversando i vicoli della città vecchia abbiamo subito per pochi minuti quello che i palestinesi a stento, quotidianamente sopportano: oggetti, pietre e spazzatura sono piovuti dai piani alti dei palazzi che si affacciano sul Suk.
Abbiamo visto una presenza militare inaccettabile, una violenza diffusa e indiscriminata e un’estrema dignità umana di un popolo quotidianamente costretto ad una vita di segregazione.
Free Palestine, Stop Occupation!!!
Antonella, Valeria e Sara da Dehishe

il gruppo del nord
La giornata di oggi è cominciata con una piacevole sorpresa.
Mentre i bambini della pre scuola del charity center facevano il saluto al sole prima di entrare in classe guidati dai ‘maestri’ della Murga, il nostro amico Noor ci svegliava mandando dal suo telefonino un pezzo di Dj Gruff che avevamo scaricato ieri all’internet point dove lavora. Noor è un volontario del Charity, che ci accompagna nelle attività di questi giorni. Oltre alla sua militanza come volontariato, Noor che ha 20 anni, studia all’università di Qalqilya e con suo padre lavora i campi al di là del muro. Stamattina abbiamo scoperto che oltre ad avere tutte queste qualità ama il rap ed ha un ottimo orecchio musicale avendo scelto tra le tante tracce scaricatie prorpio un pezzo della storia dell’hip hop!
Dopo la colazione, per la prima volta in due anni non a base di falafel e patatine fritte, siamo scesi a giocare con i bambini per la ricreazione. Nel Charity center ci sono 5 classi di bambini dai 4 ai 6 anni che prima di accedere alla scuola elementari (a 7 anni) studiano niente meno che arabo matematica e inglese, meglio delle tre « i » (informatica, inglese e impresa) di Berlusconi!
Mentre il Duka inaspettatamente già da ieri, al parco giochi, si è rivelato un catalizzatore dei giochi più stupidi da fare con i bambini (tipo il battimano, i compagni del forte hanno le prove video) oggi si é cimentato nel dipingere le facce dei bambini aprendo una disputa con la Murga sullo stile del body painting: guerrieri della notte (gang dei baseball furious) versus cuoricini, black flag versus flower power.
Oggi girando per il paese, la gente cheabbiamo incontrato per strada e nei negozi, ci ha espresso la propria solidarieta’ per la tragedia del terremoto in Abruzzo e la loro profonda graditudine per la nostra attiva presenza a Jayyuss nonostante la situazione difficile in Italia.
Tra le storie di ordinaria violenza quotidiana a jayyus, mentre ci trovavamo nel campo di pallavolo ci é stato chiesto di rientrare al Charity center perche’ i soldati israeliani, di turno al gate sud, stavano entrando nel paese. Dopo l’allarme iniziale, per paura di possibili rastrellamenti della popolazione civile, ci e’ stato spiegato che i soldati israeliani al gate sud in seguito al lancio di qualche sasso da parte dei bambini avevano subito sparato proiettili di gomma ferendo, per fortuna lievemente, un ragazzino.
Per il gruppo di jayyus oggi é stata una giornata ricca di incontri con l’associazione sportiva, con le donne e con il gruppo di internazionali EAPPI.

SPORT
I rappresentanti dell’associazione sportiva hanno per prima cosa sottolineato che il problema principale per praticare e sviluppare lo sport in Palestina è l’occupazione.
Questa affermazione che a prima vista puo’ sembrare retorica è dimostrata dall’impossibilità di muoversi per disputare partite, in particolare con le squadre della striscia di Gaza, costrette a incontrare gli altri team solo in campionati o tornei in Siria e libano. Il complesso di giocare sempre un derby continuo con la stessa squadra.
La seconda motivazione è ancora più pesante, riguarda proprio le « risorse umane » a disposizione dell’allenatore. Per fare solo un esempio, la squadra di pallavvolo maschile di jayyus campione nazionale, da un mese ha un giocatore in meno e non a causa di un infortunio. Un mese fa durante una retata dell’esercito israelino, come rappresaglia alla manifestazione che tutti i venrdi’ la popolazione organizza contro il muro, un centinaio di ragazzi del paese sono stati rastrellati a caso ammanettati, bendati e chiusi per oltre 50 ore nella scuola del paese insieme ai militari. A causa di questo episodio molti bambini, con cui abbiamo parlato, ancora oggi hanno gli incubi. Il risultato dell’operazione è stato 15 feriti e 13 arrestati tra i cui un membro della squadra di pallavolo, di cui attualmente non si hanno notizie. Altro tragico esempio riguarda la nazionale di calcio palestinese: due membri fondamantali della squadra sono morti durante l’operazione piombo fuso, a Gaza, sotto le bombe.
Da parte di sport sotto l’assedio c’é stata la proposta di inviare aiuti per le strutture sportive della città e fare in modo che la squadra di jayyus venga in italia per perfezionarsi e giocare con altre squadre italiane e informare su quanto succede in Palestina.

DONNE
L’incontro con le donne é stato molto partecipato. Un gruppo di ragazzi e ragazze della carovana ha acsoltato le testimonianze di nove donne di jayyus che fanno parte di un’associazione che raccoglie tutte le donne del paese. Al pari degli uomini tutte le donne condividono in primis la lotta contro l’occupazione israeliana e allo stesso tempo lo sforzo per il miglioramento della qualità della vita delle donne che passa attraverso l’accesso all’istruzione universitaria. Come ci hanno raccontato l’ottanta per cento delle ragazze del villaggio frequenta l’università.
Anche in questo caso l’occupazione ha peggiorato la situazione femminile. Prima dell’occupazione le donne non avevano problemi specifici ma lavoravano e studiavano come gli uomini. In seguito all’occupazione l’effetto più immediato é stato l’innalzamento della paura soprattutto per le violenze dei soldati israeliani, non solo come violenza fisica, ma anche psicologica legata all’umiliazione.
Come ci raccontavano ieri, davanti al gate, molte donne non accompagnano più gli uomini nel lavoro dei campi per non subire l’umiliazione della perquisizione fisica (nella cultura musulmana il contatto fisico con un uomo non della famiglia è considerato una umiliazione e una violenza) da parte di soldati mancando spesso le soldatesse ai check point.
Le donne sono protagoniste anche della lotta palestinese. Nella maggior parte dei casi sono prorpio loro ad aprire le manifestazioni del venerdi’ per proteggere con i loro corpi i prorpi uomini e i propri figli, curano i feriti e durante il coprifuoco e i rastrellamenti sono le uniche che circolano per la città; sono loro quindi che garantiscono l’approvvigionamento e le comunicazioni. In caso di innalzamento del livello di scontro rivestono il ruolo di staffette.
Inoltre sempre più spesso le donne si trovano a svolgere le funzioni di padre/ madre quando gli uomini muoino o scompaiono durante il conflitto o quando sono detenuti nelle prigioni israeliane.
Nella sola città di jayyus (4200 abitanti) ci sono 6 martiri e 25 prigionieri.
A conclusione dell’incontro le donne ci hanno tenuto a sottolineare che se noi occidentali abbiamo una visione delle donne come vittime degli uomini della propria famiglia questo non è vero
Le donne rivestono ruoli importanti nelle municipalità e partecipano alla vita pubblica a livello macro. Come obiettivo prioritario le donne hanno l’autodeterminazione del popolo palestinese. Sono alla ricerca non solo dei diritti delle donne ma principalmente dei diritti umani estesi a tutta la popolazione sia maschile e femminile.
Alla fine dell’incontro ci hanno mostrato le manifatture artigianali che producono per finanziare l’associazione e gli studi delle ragazze di jayyus.

INTERNAZIONALI
nella tarda mattinata abbiamo incontrato un gruppo di internazionali della Eappi. È un’associazione nata come programma ecumenico israelo palestinese fatto dal consiglio mondiale delle chiese su richiesta del capo delle diocesi di gerusalemme, ma aperta ad altre confessioni e a atei. Al momento i volontari presenti a jayyus sono 4 dalla Norvegia, Svizzera, Germania e Scozia. I gruppi sono organizzati in modo da alternarsi di tre mesi in tre mesi e non lasciare mai il paese scoperto.
Lo scopo della loro presenza è quello di soddisfare cio’ che la popolazione palestinese richiede, mettendosi totalmente a disposizione senza la presunzione, tipicamente eurocentrica, di voler « calare dall’alto pratiche e soluzioni ». Sono presenti in 14 paesi differenti e qui in palestina in 6 luoghi differenti della west bank. Nello specifico i loro obiettivi sono:
cercare di proteggere la popolazione durante la manifestazioni di protesta, sperando che con la loro presenza i militari siani meno aggressivi. Tutti giorni si recano alle porte di accesso ai campi coltivati durante l’orario di apertura, per verificare il rispetto delle già assurde procedure di accesso e inoltre dispongono di una linea diretta telefonica per lamentare eventuali ritardi negli orari di apertura e chiusura nella prassi di accesso e eventuali soprusi da parte dei militari.
Il secondo obiettivo è il lavoro di controinformazione, per dare voce attraverso ,foto e report ,a cio’ che non passa sui media main stream. Scrivono report settimanali alle nazioni unite sulle violazioni dei diritti umani, in particolare sulla condotta dei soldati israeliani.
Infine portano solidarietà alle comunità locali dove sono presenti soprattutto con corsi di perfezionamento della lingua inglese per studenti universitari.
L’importanza della loro presenza sul campo è testimoniata da un sondaggio che hanno fatto tra la popolazione palestinese da cui risulta che l’89 per cento trova indispensabile la presenza degli internazinali in genere.

Incontri sportivi della giornata
oggi era il turno del ping pong. I nostri ragazzi migliori in questo sport, figli di sessantottini che avevano militato in scrausissimi gruppi maoisti (tipo Stella Rossa, Servire il Popolo e Viva il Comunismo) Silvio e il Sogliola hanno vinto il grosso delle sfide a cui hanno partecipato. Finalmente sport sotto l’assedio ha trovato la disciplina per l’avvenire. Abbiamo anche vinto meritatamente una coppa per la sfida di pallavolo. Migliori in campo Marco Anna e Alessandro.
Passando alla pagina calcistica oggi giorno di riposo e di festa. Dopo la prestazione di ieri si sono prepotentemente rialzate le quotazioni del nostro allenatore Davide. Notizia dell’ultima ora di Al Jazeera è stato contattato da una squadra degli emirati arabi che vuole affidargli il settore giovanile.
La trattativa è per ora bloccata data l’alto ingaggio del nostro allenatore.
I vostri corrispondenti duka e tanka

La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
Altri contributi su: globalproject.info.

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Carovana in Palestina - 7 aprile

Inviato da a.s.salah il 10 aprile 2009 - 09:29

Il gruppo del centro
Oggi era il giorno in cui il gruppo del centro avrebbe dovuto tentare l’ingresso a Gaza, ma visto il diniego delle autorità israeliane la delegazione oggi è rimasta a Jayyus a vedere con i prorpi occhi le difficoltà che i contadini palestinesi hanno nel raggiungere le proprie terre al di là del muro di recinzione. Il muro Costruito nel 2002 per motivi di sicurezza in realtà ha rubato terre coltivate palestinesi non rispettando i confini del 67, che prevedevano la sua costruzione sulla green line situata 10 chilometri più indietro.
Sotto un sole a picco sulle nostre teste abbiamo percorso la strada che i contadini fanno tutti i giorni per arrivare alla porta sud, aperta per un’ora tre volte al giorno. Abbimo potuto costatare come ci avevano spiegato ieri i ragazzi del Charity center, che il pass per coltivare le terre al di la’ del muro viene concesso quasi esclusivamente a persone molto anziane. Durante la nostra sosta davanti alla porta sud, gli unici agricoltori che passavano erano vecchi su carretti trainati da muli.
Ottenere il pass dal governo israeliano non é semplice, innanzitutto non bisogna avere in famiglia persone che sono state arrestate per attivita’ politica, martiri o semplici attivisti. Inoltre gli ettari di terra posseduti dal capo famiglia vanno suddivisi per ciascun membro della famiglia, e se dalla divisione per ogni figlio risulta meno di un ettaro di terra per componente tutto il nucleo familiare non ottiene il pass. Inoltre la durata della concesione per coltivare la terra dura da tre a sei mesi, scaduti i quali, va rinnovata con un’attesa media di un mese e mezzo durante il quale non è possibile andare a lavorare.
Questi sono solo alcuni dei modi che il governo israeliano usa per umiliare e impoverire la popolazione, impossibilitata a lavorare la terra e raccoglierne i frutti e a percepire un reddito per sopravivvere. Per molti giovani, come ci ha spiegato « dall’alto del suo trattore » un rappresentante del comitato per la liberazione delle terre di jayyus, l’unica possibilita’ per costruirsi un futuro è lasciare la palestina per recarsi in europa a finire gli studi e cercare lavoro. Purtroppo solo i più fortunati riecono pero’ ad uscire dal paese, perché qualunque peoblema con la giustizia israeliana comporta il diniego di emigrare. L’ennesima riprova che la palestina è davvero una prigione a cielo aperto.
Mentre scriviamo nel giardino del charity center siamo « circondati » da decine di bambini che partecipano al laboratori di fotografia e sulle energie rinnovabili, mentre il resto del gruppo è in giro per il paese accompagnato dai tamburi della murga e dai graffitari che termineranno i graffiti iniziati ieri.
Dopo pranzo siamo andati a prendere un gelato e della frutta e il negoziante nel vederci ci ha ricordato la pesante sconfitta della partita di ieri finita 13 a 3. A quel punto è scattata la proposta per una rivincita fuori programma. I ragazzi sono scesi in campo finalmente motivati convinti delle proprie possibilità fino ad oggi inespresse. La nostra squadra ci ha fatto rivivere i fasti del calcio totale dell’olanda di Cruyff. Risultato finale a nostro favore 3 a 2, marcatori della giornata Sogliola, e doppietta di Rui « nano » Barros. Da notare la prestazione sopra le righe di Yuri che si è dimostrato un grande portatore di palla e un vero leader in campo, capace di tenere corta la squadra e dettare i tempi di gioco. I nostri sono stati semplicemente fantastici.
I vostri corrispondenti duka e tanka

Il gruppo del nord
In mattinata abbiamo attraversato la Valle del Giordano scoprendo che una vasta parte di questa area è di proprietà del Vaticano, sulla quale ci sono vari campi di addestramento dei militari israeliani.
Dalle montagne la vallata si estende a perdita d’occhio, è la terra di Palestina, ora diventata Siria, Israele, Giordania fino ad arrivare a distinguere i campi profughi del sud del Libano. Se la terra è un’unica distesa e i confini tra nazioni linee tracciate su una cartina geografica, i muri costruiti che separano una città da un’altra e una popolazione dalle sue terre risulta sempre più inconcepibile e inaccettabile!
Dopo un piacevole incontro con gli abitanti di Tubas, ritorniamo ad Al Fara per il pranzo e la squadra maschile si prepara alla partita di calcio contro una squadra locale. Dopo un primo tempo ’sotto tono’, i nostri riescono a recuperare energie e perdono soltanto 7 a 4, per ora miglior risultato della carovana. La squadra mostra bel gioco ma la scarsa preparazione atletica e il pranzo sullo stomaco impedisce la piena espressione delle potenzialità dei nostri giocatori. Emerge comunque il grande talento dei Gemelli gol-li e le discrete capacità di mister Breddy, il Mourinho de noantri! Nel frattempo sugli spalti il tifo sfrenato si divide tra cori e palloncini colorati circondato da bambini irrefrenabili, da segnalare l’improbabile gemellaggio sancito tra Roma e Milano, grazie al gesto di un Enzino che dopo qualche reticenza cede e appende con orgoglio la bandiera giallorossa. Dopo le innumerevoli foto di rito e lo scambio di medaglie e magliette, abbiamo fatto un giro per il campo profughi visitando anche un giardino pubblico, luogo di ritrovo e socialità per gli abitanti di Al Fara.
Terminiamo questo giro accolti a casa di un ex prigioniero politico, rilasciato soltanto sei giorni fa dopo cinque anni di detenzione. Ci descrive la prigione come un accampamento di tende nel deserto del Negev, ci racconta di condizioni di detenzione al limite della sopravvivenza: i prigionieri vengono contati e perquisiti quattro volte al giorno, in orari prestabiliti, sotto il sole cocente del giorno o al gelo delle prime ore dell’alba; l’acqua gli viene tolta per diverse ore nel corso della giornata; le condizioni igieniche sono drammatiche, vivono a stretto contatto con zecche e topi che causano diverse malattie facilmente trasmissibili tra loro. Ci parla di improvvisi e immotivati trasferimenti subiti dai detenuti al fine di impedire possibili legami che si potevano creare. Conquistati con le lotte ora viene negato anche il possesso di libri. Ovviamente zero avvocati, zero dottori, pochi contatti con la propria famiglia e processi già scritti. L’incontro è stato molto intenso e toccante anche per la speciale accoglienza che ci è stata riservata.
Nella serata andiamo a conoscere i membri del comitato popolare del campo profughi di Al fara. Il racconto è un fiume in piena di notizie interessanti. Nei campi profughi non esiste una minicipalità ne’ elezioni amministrative, ma solo il comitato popolare composto dai rappresentanti dei partiti politici. Il lavoro che viene fatto è esclusivamente volontario e gestisce tutto quello che rigurda la vita della comunità: dalle decisioni giuridiche alla gestione economica e sociale del campo. In questo campo di 8000 persone, sono presenti 18 villaggi cacciati dalle loro terre nel 1948 da allora nascente stato israele. Molti di questi villaggi non esistono piu’ neanche sulle mappe. E’ per questo che ogni famiglia profuga conserva e tramanda ancora la chiave della casa non piu’ propria. Lo stesso si puo’ dire per i cognomi che equivalgono al villaggio di provenienza. Uno dei grossi problemi di Al fara è il checkpoint di Nablus. Diverse volte il comitato ne ha chiesto la rimozione ma a tutt’oggi è funzionante. Recentemente diverse ragazze palestinesi sono state rinchiuse in una stanza, fatte spogliare e guardate attraverso la telecamera. Avvengono sopprusi del genere ogni giorno. La discussione è lunga anche se è tardi, si continuano a fare domande soprattutto su quello che possiamo fare noi. “Non abbiamo bisogno di soldi” - ci dicono - “ma abbiamo bisogno di gente che viene e guarda con i proprio occhi quello che succede perchè non è solo un crimine verso la popolazione palestinese ma verso tutta l’umanità”.
Team lenti e macchinosi
no border no nation stop occupation

Il gruppo del sud
Il gruppo di Deheishe si dirige nella mattinata verso i villaggi palestinesi distrutti dalla furia dell’occupazione israliana del 1948. Prima tappa Zakarria, piccolo centro abitato situato a ovest di Betlemme a circa 1 ora di distanza dal campo profughi di Deheishe. Per essere raggiunto prevede il passaggio del check-point definito “mobile” dall’autorità israeliana, ma nella realtà dei fatti ” stanziale” come ogni altro valico di guerre nella striscia medioorientale, dove siamo stati testimoni dell’ennesima sopraffazione perpetrata dalla forza militare israeliana: un anziano palestinese era stato costretto in ginocchio e circondato da 4 militari armati del solito arsenale che gli impedivano l’accesso in una terra da sempre sua.
Il villaggio di Zakarria venne attaccato da 3 gruppi paramilitari israeliani il 23 ottobre 1948 causando la morte di un abitante palestinese e più di 100 feriti. Nel giugno del 1950, a solo un anno e mezzo dall’attacco, la distruzione materiale ed immateriale della cultura locale era completata. La moschea, tutt’ora visitabile, venne mantenuta dopo l’occupazione ma trasformata in una discarica mentre l’economia fondata sulla raccolta cerealicola venne totalmente affossata. Due pozzi e 13000 ettari di territorio si aggiungono alle risorse di cui illegalmente continua ad impossessarsi attraverso la violenza di guerra lo stato d’Israele. All’oggi i profughi di questo villaggio ammontano a 1800 divisi tra i campi profughi di Deheishe e Al Arrub.
Nel pomeriggio 2 partite, una maschile contro la squadra del centro culturale Ibdaa ed una femminile con le ragazze di jerico, aspettano i carovanieri allo stadio di Al-Keder. I ragazzi hanno dato finalmente prova delle loro capacità tecnico-atletica, se bene giri voce che qualcuno durante la partita si sia infortunato inciampando in un polmone disperso sul campo. Durante il primo tempo un gol di pareggio viene annulato dall’ arbitro per fuorigioco….bah!
A metà del secondo tempo arriva il gol del pareggio, Il primo della carovana che riesce ad illudere il pubblico entusiasta per soli pochi minuti. Dopo una fase equilibrata della partita arriva il terzo gol degli avversari, piu’ che conquistato, e’ stato caratterizzato da estrema confusione in area di rigore e distrazioni arbitrali e una duplice invasione di campo. 4 a 1 e tutti a casa!
Le ragazze hanno invece stretto i denti per i primi 15 minuti tenendo una solida difesa e riuscendo a far cadere spesso le ragazze avversarie in fuori gioco. Purtroppo però anche per loro il fiato si è rivelato troppo corto ed hanno incassato 10 gol. Nemmeno la differenza di dieci anni con le avversarie ha aiutato l’esito della partita!! Ma la voglia di portare a casa per lo meno un pareggio è tanta e speriamo si realizzi nei prossimi incontri programmati per venerdi.
Stronger than a wall.
Without your freedom, we’ll never be

Workshop di musica
Si è svolta, nel campo profughi di Deishe la prima delle due giornate del workshop di musica, una delle novità di questa V edizione della Carovana incentrato sul software di produzione digitale Ableton Live. Si tratta di un programma per la creazione di musica digitale, editing, e arrangement per performance live, usato a tutti livelli, sia da principianti che in ambito professionale. Nei locali dell’Ibdaa, il Bugs Lab, il collettivo d’informatica libero del c.s.o.a. La Torre e lo Strike S.p.A, ha rimesso in piedi l‘internet point del centro culturale, ristabilendo 6 postazioni informatiche utilizzabili. 3 i laptop donati al centro per dare, nel corso dell’anno, continuità al laboratorio musicale. Al workshop, rivolto adolescenti, hanno partecipato sette ragazzi dai 16 ai 17 anni. Fra questi i Bad Luck, gruppo di giovanissimi rapper del campo di Deishe, che a loro volta curano progetti di educazione musicale interni alla struttura.Hanno supportato attivamente alla realizzazione dell’iniziativa i Ramallah Underground, formazione hip hop palestinese di fama internazionale, con cui è stato avviato un progetto di collaborazione con la Carovana da circa un anno. Tanto i Ramallah che i giovani rapper del campo sono stati invitati a partecipare sabato 12 all’evento di chiusura della Carovana, che vedrà, oltre alla loro esibizion, anche la performance del Living Theatre e della Dabka, la tradizionale danza palestinese eseguita dalla compagnia di danza del Centro.Quella del corso di musica è stata anche l’occasione ufficiale per consegnare al gruppo le copie del cd autoprodotto Ramallah Underground - Live in Roma”, concerto svoltosi nello Spazio pubblico Autogestito Strike di Roma, nell‘ambito del tour italiano del gruppo, a sostegno della campagna “Sport sotto l’assedio”.Un piccolo esperimento di autoproduzione, registrato con il marchio Creative Commons, frutto della sinergia fra il gruppo hip hop, i diversi centri sociali e realtà autogestite della città di Roma, per sostenere attivamente la scena musicale underground dei Territori Occupati. Tradotto in tre lingue il booklet del cd (italiano, inglese, arabo). 250 le copie portate in Palestina, per essere distribuite alle squadre ed alle strutture incontrate nel corso del viaggio di solidarietà.
Stay Tuned!!
Free Palestine!
!

La cronaca della Carovana è tratta dal diario di viaggio pubblicato su sportsottoassedio.it.
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Sport sotto l’assedio - Comunicato: niente da vedere, nessuno da incontrare

Inviato da a.s.salah il 10 aprile 2009 - 09:10

Non c’è niente da vedere, nessuno da incontrare. Con queste parole, Israele ha sancito il divieto assoluto di entrare a Gaza, dal check-point di Heretz, a una carovana internazionale composta da piu di duecento persone.
Con un fax, viene confermato per l’ennesima volta l’apartheid in cui si trovano stritolati migliaia di palestinesi. Il muro che, con tanta solerzia, Israele ha costruito per isolare e rinchiudere il popolo palestinese deve essere inviolabile. Perchè nessuno deve vedere ciò che esso contiene - macerie, dolore, diritti negati -, perchè nessuno deve poter parlare con le persone che all’ombra di quel muro ogni giorno vivono. Un muro eretto appositamente, per nascondere al mondo intero i crimini commessi da una superpotenza mondiale.

Volevamo entrare a Gaza. Volevamo portare una speranza a quella terra straziata, un abbraccio di solidarietà che ricordasse agli occhi palestinesi che non sono soli.
Volevamo essere lì con loro, testimoniare nel nostro paese la barbarie occidentale in Palestina, provare a infrangere l’isolamento, la prigionia in cui sono costretti. Gaza è un enorme prigione a cielo aperto, un carcere in cui è rinchiuso un popolo colpevole solamente di esistere, ma soprattutto di non chinare la testa. Il coraggio del popolo palestinese, il desiderio di vita nella propria terra è senza paragone, e per questo Israele, con l’aiuto e la complicità di tutti i governi occidentali, mette in campo forme di controllo totalitario e di repressione violenta e generalizzata con pochi precedenti nella storia. Da questo contesto inaccettabile prende forma il Muro. Cemento che serve a imprimere nei palestinesi la solitudine e l’isolamento dal resto del mondo, imponendo la sensazione che la vita stessa finisca a quel muro, bloccando informazioni, aiuti umanitari, circolazione di corpi, solidarietà. Un altro pezzo di un massacro in atto da troppo tempo.
Con la carovana di “Sport sotto l’assedio” stiamo portando per i campi profughi palestinesi una speranza che ha la forma di un pallone. Siamo una squadra di calcio - maschile e femminile - che, attraverso lo sport, prova a portare un messaggio solidale di fratellanza. Giochiamo con squadre palestinesi, con ragazzi e ragazze, perchè il pallone parla la stessa lingua ovunque, quella antirazzista e contro ogni intolleranza, contro ogni guerra.
Oltre duecento persone dall’Italia sono arrivate con le loro esperienze e le loro abilità - portando qui laboratori di musica, di teatro, di fotografia e di informatica - condividendole con le genti di questa terra, perchè il muro dell’ apartheid si rompe quotidianamente, ovunque.
Volevamo infrangere il simbolo della cortina di silenzio e morte, e ci è stato impedito. Israele, come sempre, non vuole che i suoi progetti subiscano rallentamenti.
Denunciamo questa barbarie, denunciamo ai media internazionali, alla società civile, a chi ha nel cuore questa terra e il suo popolo, l’ennesima violazione di qualunque diritto, l’ennesimo atto di guerra di una paventata democrazia che vorrebbe nascondere il sangue, le torture e il massacro di un popolo.
Non permetteremo che questo avvenga.
Stronger than a wall.
Without your freedom, we’ll never be free.

Carovana “Sport sotto l’assedio”

Palestina, 7 aprile 2009

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